Studenti e ricercatori

Università scelta all’ultimo anno: il 73% decide in quinta superiore

di Eugenio Bruno

Nonostante la tendenza delle università ad anticipare sempre più i test d’ingresso per i corsi a numero chiuso gli studenti italiani continuano a ritardare il momento della scelta universitaria. A dirlo è un’indagine che il Consorzio interuniversitario Cisia ha realizzato su una platea di 100mila partecipanti a un Tolc nel 2020 e che sarà presentata integralmente a ottobre. Da una sintesi realizzata ad hoc per Il Sole 24Ore del Lunedì emerge che il 73% del campione ha deciso il corso di studi solo in quinta superiore o addirittura dopo la maturità. E più di uno su quattro (il 28%) ha confessato di averlo fatto solo all’ultimo momento utile. Numeri più che sufficienti, in un paese che abbina il penultimo posto europeo per laureati nella fascia 30-34anni a un tasso di abbandoni universitari ancora a due cifre, a riaccendere i fari sul tema dell’orientamento. In attesa della riforma e dei fondi aggiuntivi previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

Il momento della scelta

Una premessa è d’obbligo: i quasi 7mila rispondenti si collocano prevalentemente (al 70%) tra coloro che hanno avuto risultati medio-alti nel test e sono per il 67% donne; dunque, non sono rappresentativi dell’intera popolazione dei partecipanti ai Tolc se si considerano le variabili punteggio e sesso mentre lo sono per provenienza geografica, scuole frequentate e il tipo di test svolto. Considerando che il 92% si è iscritto all’università le loro risposte sono comunque indicative della condizione emotiva-motivazionale con cui spesso si compie il passo universitario. Anche per questo fa notizia che, nonostante la corsa all’open day ormai in atto da anni negli atenei, solo il 49% del campione ha partecipato ad attività di orientamento. Tra i restanti, il 22% non lo ha fatto perché «non ne era a conoscenza», il 18% in quanto «impossibilitato» e l’11% poiché «non le riteneva utili». Con i risultati in termini di tardività della scelta che abbiamo visto poc’anzi e che fa dire ad Andrea Stella, presidente del Cisia: «Se il test viene sostenuto con largo anticipo gli studenti ottengono risultati migliori anche durante il percorso».

I fattori condizionanti

Un altro campanello d’allarme suona se si passa a scandagliare chi sono stati i loro principali “influencer” quando si è trattato di individuare la facoltà giusta. In testa troviamo infatti i genitori (per la verità, più le madri che i padri), davanti agli amici. E solo in terza posizione, con il 18%, arrivano i docenti delle scuole. Una quota che sale al 33% se c’è di mezzo l’iscrizione a un corso Stem. Non può sorprendere, quindi, che il 12% degli interpellati, alla fine del primo semestre, sia già deluso della propria decisione. Tanto più che saliamo al 25% se restringiamo l’analisi agli studenti rimasti fuori da una graduatoria a numero chiuso e al 28% se ci limitiamo a esaminare chi avrebbe voluto iscriversi a un corso diverso ma non lo ha fatto.

La riforma del Pnrr

L’orientamento è uno dei temi su cui il governo punta a intervenire da qui al 2026 grazie ai fondi del Piano di ripresa e resilienza. Si tratta di 250 milioni (50 l’anno a partire dal 2022) che serviranno a finanziare «l’orientamento attivo nella transizione scuola-università», attraverso 50mila corsi (erogati a partire dal terzo anno di superiori) e la stipula di 6.000 accordi tra istituti scolastici e atenei. Un intervento utile anche secondo Stella. «Ma c’è il rischio - commenta - che le risorse siano una tantum. Meglio allora renderle strutturali per rafforzare il triangolo scuola-università-studenti». Nella speranza - aggiunge il presidente del Cisia - che l’orientamento «smetta di essere una politica per acquisire iscritti» e «venga fatto in maniera anticipata con la piena consapevolezza degli studenti».


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