Studenti e ricercatori

Investire in scienza per un futuro ancora tutto da immaginare

di Michele Costabile* e Massimiliano Granieri**

Uno dei campi in cui Europa e Italia devono recuperare rispetto a Cina e Stati Uniti non è tanto la scienza in sé (negli indicatori di produzione e produttività scientifica, il posizionamento dell’Ue è forte) quanto la capacità di convertire la scienza in tecnologia e innovazione. Le ragioni sono diverse e in passato sono anche state ampiamente analizzate: dal ruolo delle spese militari, che in Cina e Stati Uniti hanno spinto alla conversione accelerata, alla logica dello Stato-committente che in Europa (e in Italia) spesso latita; dalla governance non sempre adeguata dei fondi pubblici ai più deboli ecosistemi di startup ad alto tasso di assorbimento di tecnologia, fino alle grandi imprese che altrove guidano le diverse e complesse fasi del processo di conversione. E su tutto poi ha giocato una concezione del tempo forse anche antropologicamente diversa.

Finalmente, però, le iniziative istituzionali e imprenditoriali stanno generando un nuovo contesto europeo idoneo a colmare i differenziali. Nell’ultimo quinquennio, il Fondo europeo degli investimenti (Fei) ha avuto un ruolo trainante, spingendo anche la nostra Cassa depositi e prestiti ad adottare il modello del fondo dei fondi (ItaTech) proprio per intervenire, senza creare le distorsioni degli investimenti diretti, sul mercato della conversione della scienza in tecnologia e innovazione. Ed è sempre in questo quadro, con un numero crescente di investitori istituzionali e gestori professionali attivi in questa asset class, che il prossimo 8 giugno a Madrid per iniziativa di BeAble Capital e con il supporto di Icex-Invest in Spain, si terrà il Facing challenges summit Madrid 2021. Si tratta del primo appuntamento in cui si riunirà la comunità europea dei science equity investor, categoria di investitori emergente che si concentra su trasferimento tecnologico e deep science.

L’obiettivo è creare consapevolezza sul ruolo di questa nuova asset class che più di altre determinerà il nostro futuro, anche quello più remoto e discontinuo e, proprio per questo, non facilmente immaginabile per investitori e gestori convenzionali. È una categoria di investimenti su cui bisogna “educare” gli investitori e ancor prima formare i gestori. Servono solide e non comuni competenze complementari, sia alla scienza sia alla finanza.

Gli investimenti in science equity si rivolgono a tecnologie con potenziali di impatto ampio, profondo, radicale ma con scalabilità industriale e possibilità di raggiungere il mercato con relativa fluidità. Devono poter intervenire nelle fasi cosiddette pre-seed (tipiche delle validazioni tecniche), in quelle seed (tipiche delle validazioni commerciali) e accompagnare anche i round di investimenti da “serie A” (tipici dello sviluppo). Insomma è science equity l’insieme degli investimenti su spin-off che diventano startup. E sono quindi necessarie capacità di interagire con il mondo della ricerca, sensibilità tecnologica e commerciale, visione e relazioni industriali. E tanta pazienza. Evitando però che il concetto di “capitale paziente” agisca da deterrente per gli investitori e attenuante per i gestori. Con questi ultimi che, per missione, devono cercare i frutti acerbi della ricerca e adoperarsi per portarli a maturazione, quantomeno come prodotti di mercato. Investire in science equity significa muoversi prevalentemente in contesti B2b, aprendo connessioni industriali e dando supporto finanziario, strategico e gestionale a startup i cui prodotti hanno un go-to-market tutt’altro che scontato, fatto di sperimentazioni, errori, pivot e capacità di immaginare e riempire di significato e pragmatismo quella open innovation, che in troppi approcciano come un investimento in comunicazione più che in vera innovazione.

È una asset class da spiegare, bene e in fretta, per creare la capacità di valutare con criteri diversi rispetto alle convenzionali griglie regolatorie e di valutazione dei ritorni a ciclo temporale standard. Una asset class per cui il fallimento del mercato deve essere corretto con strumenti pubblici ma non distorsivi quali, appunto, il fondo di fondi che permette di mitigare i rischi – enfatizzando i rendimenti asimmetrici, ad esempio fra pubblico e privato – e puntando a realizzare economie di specializzazione nella selezione degli operatori con le necessarie competenze complementari. Il tutto evitando le sirene del venture capital di Stato, perché l’intervento pubblico non ha le competenze complementari, eterogenee e ibride che servono per investire e sperimentare in science equity.

C’è da sperare che il vento del new breed of European venture capital abbia iniziato a spirare. La portata della sfida è enorme. Ma ancor più grande è l’impatto che il science capital dovrà avere nel nostro futuro.

*Università Luiss - **Università di Brescia
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