Studenti e ricercatori

Quello che manca per creare la Schengen della formazione

di Lucio d’Alessandro*

Si potrebbe parafrasare Agostino. L’Università è come il tempo: se non me lo chiedi, so cos’è, appena me lo chiedi, non lo so più. Tanto complessa è la natura dell’Università da sfuggire, sembra, alla presa: custode della tradizione e veicolo verso il futuro, istituto che accompagna i cambiamenti del mondo intorno e ne è a sua volta influenzato. Cosa succede quando i cambiamenti si moltiplicano a ritmo tumultuoso, dalla pandemia alla rivoluzione digitale? È questa la domanda che ha mosso la European university association (Eua) – l’organizzazione che riunisce 800 università europee e conferenze nazionali di rettori – a immaginare l’università europea del futuro, stilando un documento in cui delinea i princìpi guida e suggerisce le priorità d’azione. Se la combinazione di formazione e insegnamento, ricerca, innovazione e cultura rappresenta la mission che caratterizza l’istituzione universitaria, sostenibilità, innovazione e inclusione sono indicate come le stelle polari a cui orientare intenti e pratiche. Una prospettiva, dunque, che sollecita assetti organizzativi di forte leadership, interdisciplinarietà e dialogo con la società civile, investimenti adeguati e bilanciati tra pubblico e privato, risorse nazionali ed europee.

Richieste di maggiori e mirati finanziamenti, flessibilità e mobilità tra istituzioni vengono tra l’altro – è notizia di questi giorni – anche dalla Iniziativa per le università europee promossa dalla Leru, la Lega per le università europee di ricerca. L’idea di fondo è la creazione di uno spazio aperto per l’educazione avanzata, una sorta di spazio Schengen della formazione, senza barriere e protezionismi. Punta a questo obiettivo anche l’invito rivolto dalla Eua alle università nazionali a favorire cornici di lavoro che sostengano tanto la flessibilità e lo scambio anche trasnazionale, quanto lo sviluppo, per ogni università, di una propria visione strategica, da adattare al contesto dove essa opera. In questo modo ci si propone di conciliare uniformità di processi e servizi differenziati al territorio: unità dalla diversità – che è poi il motto dell’Europa.

Quando tuttavia si vanno a cercare nel documento i contenuti di questa visione affiorano fragilità, che paiono riflettere le difficoltà dei sistemi dei singoli Paesi a integrarsi in uno spazio europeo davvero comune. Al di là della dicitura, è come se l’Europa mancasse. Lo scenario immaginato per l’Università del prossimo futuro (2030) potrebbe adattarsi a qualsiasi altra parte del mondo, mentre pare inevasa la domanda: cosa contraddistingue il sistema europeo da altri? Per una costruttiva visione comune occorrerebbe prima identificare cosa l’Europa vuole essere e quale tipo di cittadini, studenti e lavoratori desidera formare. Qui una risposta è suggerita dai territori: è il patrimonio culturale nella prodigiosa articolazione e varietà delle sue forme – materiale, immateriale, valoriale – il vero capitale di qualifica dell’Europa, la matrice della sua identità. Le cornici di lavoro suggerite dall’Eua dovrebbero pertanto fondarsi sulle condizioni facilitanti di collaborazioni interregionali e cooperazioni trasnazionali tra università, praticate a livello sia geografico sia disciplinare.

All’interno di questi quadri ci si potrebbe spingere a immaginare aggiustamenti curriculari proporzionati all’idea di Europa che si vuole realizzare. Se da un lato i percorsi e gli indirizzi di qualificazione tecnica dovrebbero aprirsi ai corsi che ricadono sotto le cosiddette humanities, dall’altro i percorsi di studio di area umanistica dovrebbero interagire con insegnamenti che avvicinino di più al mondo della tecnica: storia e filosofia della tecnologia, economia dei big data, cittadinanza digitale, e-democracy.

Indiscutibile è il rilievo della spinta di ricerca e innovazione per il benessere. Di sola tecnica, tuttavia, le società non possono vivere. La combinazione sinergica di tecnologia e pedagogia democratica, diffusa e insieme promossa in progetti capaci di aggregare università anche geograficamente lontane, potrebbe individuare un vero “modello Europa” di conoscenza e formazione volto a realizzare un benessere “a misura d’uomo” nel quale si potenziano l’un l’altro lo sviluppo economico, l’equilibrio con l’ambiente, la convivenza pacifica e solidale. Se l’Università del futuro si immagina senza muri, la società del futuro deve essere integrata, nei saperi e nelle risorse. Perché ogni unilateralismo è destinato a impoverirci. La storia d’Europa è lì a ricordarcelo.

*Rettore Università Suor Orsola Benincasa
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