Studenti e ricercatori

Corte conti: cresce la fuga dei cervelli, +41,8%

di Eugenio Bruno

I cervelli italiani continuano a fuggire. Ce lo ricorda la Corte dei conti nel Referto sul sistema universitario pubblicato ieri: i laureati espatriati sono cresciuti del 41,8% rispetto al 2013. Troppi. Anche perché - spiegano i magistrati contabili - l’uscita «non è compensata da un analogo afflusso di persone altamente qualificate dall’estero: il saldo netto è, dunque, negativo».

Il dato dell’import-export di capitale umano altamente formato è importante di per sé; lo diventa ancora di più in un paese che porta alla laurea solo il 27,6% dei propri 30-34enni (contro il 40,3% di media Ue). E non è un caso che anche il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) in cima alla voce università ponga proprio l’aumento dei giovani con un titolo terziario. In un contesto generale - si legge nel report - che vede «ancora poco sviluppati i programmi di istruzione e formazione professionale», come le lauree professionalizzanti, e ha pochi «laureati in discipline Stem (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) e questo incide negativamente sul tasso di occupazione».

Per il resto, le 260 pagine della Corte dei conti offrono uno spaccato a 360 gradi su un sistema formato da 67 università statali (tra cui 3 scuole superiori e 3 istituti di alta formazione) e 31 non statali (inclusi 11 telematici). Facendo anche un “tagliando” alla legge Gelmini del 2010 che puntava a innovare profondamente il reclutamento e la governance degli atenei. Con risultati ambivalenti. Prendiamo, ad esempio, i dipartimenti universitari che la riforma voleva razionalizzare e che, invece, risultano aumentati rispetto alle ”vecchie” facoltà. Oppure la scelta di tamponare le uscite di docenti e ricercatori con i prof a contratto, che «dovrebbero costituire un’eccezione all’interno del sistema universitario, ma che rappresentano, invece, uno strumento, spesso necessario, per coprire l’intera offerta formativa programmata dagli atenei».

Che tutto si tiene lo ricorda la stessa Corte quando a proposito della fuga di cervelli sottolinea che «le iscrizioni all’istruzione superiore dipenderanno anche dalla capacità di promuovere il rinnovo del corpo docente». Oltre che da un diritto allo studio realmente tale. Se è vero che, grazie anche agli aiuti anti-pandemia abbiamo quasi eliminato il fenomeno tutto italiano degli “idonei senza borsa” è altrettanto vero che dal 2012 aspettiamo, senza successo, la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni.

L’analisi dei giudici contabili arriva in concomitanza con il via libera della commissione Istruzione della Camera del testo unificato sul reclutamento universitario (su cui si veda Il Sole 24Ore di Lunedì 24 maggio) che elimina la distinzione tra ricercatori di tipo A e B voluta dalla legge Gelmini, valorizza il dottorato ai fini dei concorsi pubblici e fissa un tetto di 4 anni gli assegni di ricerca. Da registrare anche l’ok a un emendamento del relatore Alessandro Melicchio (M5S) secondo cui un terzo dei posti messi a bando da un ateneo sia riservato a chi ha svolto la propria attività di ricerca con diversi atenei e centri di ricerca in Italia o all’estero per almeno 36 mesi. Una clausola che secondo il deputato pentastellato consentirà di arginare «un fenomeno che priva il paese delle sue menti migliori». Chissà se la penserà così anche l’aula dove, una volta votato il mandato al relatore, l’articolato dovrebbe arrivare il 14 giugno.


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