Pianeta atenei

Dottorati in crisi: -30% in 10 anni Dal Pnrr 1,5 miliardi per il rilancio

di Eugenio Bruno

Una scommessa nella scommessa. È quella rappresentata dal programma (micro) di rilancio dei dottorati rispetto al piano (macro) di sostegno all’intera missione “Istruzione e ricerca” contenuta nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) inviato nei giorni scorsi a Bruxelles. In ballo ci sono 1,5 miliardi da qui al 2026 con cui la ministra dell’Università, Cristina Messa, spera di arrestare - nel medio periodo - la caduta libera dei Phd in Italia: -30% di diplomati nell’ultimo decennio. Mentre un altro aiuto - stavolta a effetto immediato - arriva da un emendamento al decreto Sostegni che prolunga di 3 mesi i rapporti in essere (con o senza borsa di studio), attenuando l’impatto nefasto del Covid-19 sui loro studi.

Il ritardo italiano

La crisi di “vocazione” (e di prospettive) che attanaglia i nostri dottorandi non è nuova. A ricordarlo è lo stesso Recovery quando sottolinea che «il numero di dottorati conferiti in Italia è tra i più bassi tra i paesi Ue, ed è in costante calo negli ultimi anni (-40 per cento tra il 2008 e il 2019)». Una diminuzione certificata anche dal ministero dell’Università (Mur). Se ci limitiamo all’ultimo decennio risultano in discesa sia gli iscritti ai corsi di dottorato (dai 39.281 dell’anno accademico 2009/10 si è arrivati ai 29.651 del 2019/20, con una frenata del 24,5%), sia i diplomati (dai 10.461 del 2009 si è passati ai 7.989 del 2019, -30,9%). Un trend che dal Mur imputano al taglio dei fondi che ha colpito gli atenei e all’irrigidimento delle procedure. I risultati sono quelli evidenziati da Eurostat e ricordati dal Pnrr: «Ogni anno in Italia solo una persona su 1.000 nella fascia di età 25-34 completa un programma di dottorato, contro una media Ue di 1,5 (2,1 in Germania)». Con il paradosso ulteriore che il 20% dei Phd che sforniamo annualmente si trasferisce all’estero. Alimentando l’export di cervelli che storicamente ci caratterizza.

La strategia di rilancio

A penalizzare i dottorandi italiani rispetto ai loro colleghi stranieri interviene anche la scarsa attitudine del mercato del lavoro ad assorbirli. Nonostante un alto tasso di occupabilità a un anno dal titolo - l’89% secondo le ultime rilevazioni di AlmaLaurea (ferme però al periodo pre-pandemia) contro il 71,7% dei laureati di secondo livello, oltre il 56% dei dottori di ricerca occupati lavora nel settore pubblico contro il 41% del privato e il 2,7% del non profit. Numeri che la ministra Messa spera di invertire. A disposizione per i dottorati nel Recovery e dintorni ci sono 1,51 miliardi. Da utilizzare per accompagnare una riforma che arriverà per decreto ministeriale entro il 2021 e che scommetterà sulla semplificazione delle procedure per il coinvolgimento di imprese e centri di ricerca. Nell’ottica - e il Pnrr lo dice espressamente - di costruire «percorsi di dottorato non finalizzati alla carriera accademica».

Passando alla destinazione dei fondi, i primi 430 milioni serviranno a estendere la diffusione dei dottorati innovativi nella Pa e nei beni culturali. Tant’è che il Mur conta di attivare 3.000 borse di dottorato in tre cicli a partire dal 2021 sul primo fronte e altre 600 sul secondo.

Ancora più ampia (600 milioni) la fetta di risorse del Recovery per il rafforzamento dei dottorati innovativi che rispondono ai fabbisogni segnalati dal mondo imprenditoriale. In ballo ci sono infatti 5mila borsisti per 3 anni, con il cofinanziamento privato e l’incentivo ulteriore all’assunzione di 20mila assegnisti di ricerca o ricercatori da parte delle imprese.

Completano il quadro i 480 milioni del React-Eu per dottori di ricerca green e digital. Con la consapevolezza che la transizione ecologica e digitale del paese passa anche dal loro lavoro.


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