Studenti e ricercatori

Tre condizioni per rilanciare gli atenei con i fondi del Pnrr

di Gianni Toniolo

Ricerca e università sono da decenni in un cono d’ombra. Trascurate dal discorso pubblico e dalle scelte politiche, formazione e ricerca universitaria sopravvivono con risorse (pubbliche e private) pari allo 0,9 del Pil, contro una media dell’1,4% dei Paesi Ocse (e assai più elevata in quelli alla frontiera del progresso tecnico). Tra il 2012 e il 2017, la spesa per formazione e ricerca universitarie è calata del 5 per cento.

Di fronte a questi dati impietosi, la resilienza delle università italiane sorprende e suscita ammirazione: sulla base di parametri quali il numero di articoli su riviste internazionali o quello dei laureati, ogni euro speso in università e ricerca ha un rendimento tutt’altro che disprezzabile (pari ad esempio a quello dell’Olanda). L’ammirazione, tuttavia, non fa velo alla constatazione che università e ricerca in Italia non riescono a tenere il passo con quelle di altri Paesi. È arcinoto che solo il 28% della popolazione tra i 25 e 34 anni è in possesso di un diploma universitario almeno triennale, contro il 45% della media Ocse, della quale siamo fanalino di coda. È superfluo, quasi stucchevole, ripetere quanto questa condizione pesi non solo sulla crescita della produttività nell’economia digitale ma anche sulla mobilità sociale, sulla speranza di ciascuno di migliorare la propria condizione economica.

In questo quadro, l’assegnazione a istruzione e ricerca del 17% (31,9 miliardi) delle risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resistenza (Pnrr), con un notevole aumento rispetto alla precedente versione, è una rottura rispetto al passato. Come tale va salutata da chi ha a cuore il rilancio economico e sociale dell’Italia dopo un quarto di secolo di declino. Perché l’attenzione del Pnrr a università e ricerca non si esaurisca con i miliardi stanziati ma sia auto sostenibile nel lungo periodo sono necessarie tre condizioni.

La prima, ovvia, è che gli investimenti una tantum, resi possibili dai fondi europei, contribuiscano ad allargare la platea degli studenti universitari e accrescere la quantità e qualità della ricerca. La costruzione di alloggi studenteschi, organizzati come “collegi” con compiti di formazione e socializzazione, diminuirebbe il costo dello studio “fuori sede” e migliorerebbe la qualità formativa dell’esperienza universitaria. Quanto alla ricerca, gli atenei hanno tutti progetti d’investimento in laboratori e attrezzature: sarà cruciale che le risorse vadano a quelli di essi che hanno dimensioni e qualità tali da massimizzarne la produttività.

La seconda condizione per un rilancio sostenibile della formazione terziaria e della ricerca riguarda la spesa corrente, quella che non può né deve essere finanziata con i fondi Pnrr. Questa va permanente aumentata, da un lato grazie a ben più generosi trasferimenti pubblici, d’altro lato creando i migliori presupposti per l’auto finanziamento degli atenei, soprattutto dal lato della ricerca.

La terza condizione, complementare alla seconda, consiste nello sciogliere la mano legata dietro la schiena con la quale gli atenei italiani competono con gli altri in Europa e nel mondo sia nell’attrarre studenti e docenti, sia nell’ottenere finanziamenti da enti come lo European Research Council (dal quale non riusciamo ad avere risorse pari almeno al nostro contributo), che finanziano progetti di ricerca su base competitiva e dalle imprese private. Il freno alla competitività e alla crescita degli atenei italiani dipende dalla loro minore autonomia rispetto a quella di altri Paesi e dall’operare ne quadro del bizantino e imprevedibile diritto amministrativo italiano.

Senza la rimozione di questi ostacoli, i denari del Pnrr e quelli che, auspicabilmente, vedremo nelle prossime leggi di bilancio non potranno dare gli effetti sperati.

È comprensibile la timidezza del governo nell’aggiungere un altro mutamento istituzionale, in una situazione politica e sociale tanto complessa. Ma, se non ora, quando? Se un ricercatore impiega due anni per acquistare di un microscopio elettronico, se una parte non piccola e crescente dei concorsi per l’assunzione di ricercatori finisce al Tar, è difficile competere con la rapidità e la flessibilità delle università straniere. I processi di assunzione e conferma dei professori universitari hanno natura e caratteristiche diverse da quelli della pubblica amministrazione. Ma se si pone lodevolmente mano a questi, perché lasciare le università imprigionate nei famosi lacci e lacciuoli di Guido Carli? Nei limiti dei propri bilanci e nel quadro giuridico del diritto privato e di quello del lavoro, gli atenei italiani devono potersi muovere efficientemente nell’assunzione di personale docente e non, nell’acquisto di attrezzature scientifiche, nella stipula di contratti di ricerca con imprese e altre istituzioni. Devono anche avere maggiore libertà nella gestione didattica. Per questo è necessario cambiarne la natura giuridica, trasformando, per esempio, gli atenei in fondazioni. Spetterà allo Stato vigilare sulla sostenibilità dei bilanci e sulla conformità a standard adeguati, in particolare per la didattica. Soprattutto, lo Stato dovrà usare i finanziamenti pubblici agli autonomi atenei per creare forti incentivi all'assunzione di professori e ricercatori di alto livello. Obiettivo non sempre raggiunto dall’attuale bizantino sistema dei
concorsi universitari.


© RIPRODUZIONE RISERVATA