Studenti e ricercatori

È tempo di promuovere circolazione dei giovani e scambi con l’estero

di Dario Braga

Il mondo si è fermato più di un anno fa e sta facendo fatica a ripartire. Proprio quando tutto parlava di globalizzazione, la pandemia ci ha rispediti indietro di secoli, ha chiuso le frontiere, reso off-limit interi territori, ha isolato paesi. Un ritorno ai feudi, ai castelli, alle città circondate da mura e ai varchi d’accesso.

Ne verremo fuori. Oh sì, ne verremo fuori. Abbiamo i vaccini. La ricerca scientifica è stata in grado di creare, in poco tempo, e contemporaneamente in più Paesi, vaccini efficaci contro il virus. C’è “qualche problema di mercato” ma con i vaccini usciremo dalla pandemia. Potremo ricostruire e recuperare gli anni di chiusura. Ci sarà da fare per tutti: dalla scuola, al turismo, alle attività culturali, allo sport.

Noi ci occupiamo di università. La pandemia ha – tra l’altro – ridotto, se non annullato, gli spostamenti tra università. Gli strumenti di rete hanno consentito di non isolarci culturalmente ma non hanno potuto certo sostituire i congressi, le visite dipartimentali, gli stage, ecc. Per intere coorti di dottorandi di ricerca è stato fin qui quasi impossibile fare esperienze all’estero, visitare altri laboratori, condividere spazi e misurarsi con altri ricercatori e altri studenti. Nella formazione di un ricercatore la mobilità è fondamentale. Serve per allargare l’orizzonte di visione, per avere elementi di comparazione, e per confrontarsi con contesti sociali, politici e religiosi diversi.

Sulla diminuzione/scomparsa degli interscambi tra università ho già scritto (si veda Il Sole 24Ore del 23 Dicembre 2020 “Danni Collaterali del Covid per la ricerca”). Riprendo il tema guardando non solo agli spostamenti dei nostri studenti e giovani ricercatori verso l’estero, ma anche agli interscambi a livello nazionale e alla capacità di attrazione dall’estero verso l’Italia.

L’Italia è storicamente caratterizzata da ridotta mobilità tra università (a tutti i livelli accademici). Le ragioni sono complesse (scarsa competizione, costi, burocrazia, tradizioni, mancanza di incentivi ecc.). Un dottorando di ricerca, un PhD, dovrebbe essere incoraggiato, almeno in linea di principio, a dottorarsi in una sede diversa da quella di laurea. Sarebbe utile non solo per fare circolare le idee e i talenti ma anche per contrastare l’ “inbreading” tipico delle nostre università: il laureando che diventa dottorando e poi assegnista e poi - chissà? - ricercatore ecc. nella stessa sede.

Ma torniamo al “dopo pandemia”. In molti parlano di “occasione da non perdere” per ripartire con idee nuove. L’investimento di risorse per incentivare mobilità inter-ateneo e inter-nazionale dei giovani ricercatori sarebbe una potente scelta strategica. Un modo per farlo è proprio quello di puntare sulla creazione di strutture ricettive riservate al livello dottorale. La condivisione di spazi quotidiani tra ricercatori è il modo migliore per favorire lo scambio tra sapéri e il superamento degli steccati disciplinari, e anche per produrre nuove idee a ponte tra le discipline.

Se la mobilità intra-nazionale è scarsa, quella internazionale è ancora inferiore. I nostri numeri in ingresso non sono mai stati molto alti. Anche qui le ragioni sono svariate e vanno dai salari poco competitivi (ca. 1200€ /mese per un PhD) ai costi degli alloggi, per non parlare delle enormi diffidenze e difficoltà burocratiche per chi approda in Italia da un paese non comunitario. Per il futuro prossimo, c’è anche da aspettarsi che la cattiva performance dell’Italia nella pandemia e la lenta uscita dall’emergenza renderanno ancora meno attraente la prospettiva di venire a fare ricerca in Italia.

Serve quindi un piano straordinario che compensi, anzi accresca, la capacità di attrazione dei nostri corsi di PhD con l’obiettivo di portare nei nostri dipartimenti giovani da altri Paesi a lavorare fianco a fianco con i nostri. È una strategia importante in grado sia di portare idee ed energie nuove sia di introdurre elementi di competizione “sana” nei gruppi di ricerca. Il dottorando internazionale – in genere – vuole produrre risultati quanto più rapidamente possibile e costruirsi un C.V. robusto, perché sa che il suo destino, per lo più, non sarà in una “carriera” verticale in Italia, ma sarà nel Paese d’origine o in altri Paesi dove potrà spendere meglio il titolo di studio conseguito da noi.

L’idea/proposta è quindi quella di usare la leva della mobilità del dottorato di ricerca come strumento di ammodernamento del nostro sistema. A questo fine servono strutture ricettive di tipo collegiale da destinare al terzo livello. Lo so, a questo punto qualcuno starà pensando: “come se non sapesse che la maggior parte dei laureati che vuole venire in Italia per il PhD proviene da Paesi “arretrati” del sud e dell’est del mondo? Paesi deboli, con grossi problemi di crescita, ecc.”. In effetti penso che vada bene così perché è una strategia “win-win”: si creano le condizioni perché giovani provenienti da culture, tradizioni e usanze diverse possano lavorare insieme ai “nostri” su progetti comuni, e, al tempo stesso, si aiuta la formazione di una classe intellettuale e dirigente che potrà contribuire, se vi farà ritorno, allo sviluppo del Paese di origine. E c’è dell’altro: accrescere la presenza di giovani “stranieri” formati e culturalmente avanzati nella società italiana aumenta la capacità di intermediazione culturale e offre alla nostra opinione pubblica un modello diverso da quello, sempre presente sui media e tanto caro ad alcuni politici, degli stranieri come “boat-people” da respingere.

Quindi nella ripartenza investiamo sulla circolazione dei giovani e sul mescolamento. Usiamo una parte delle risorse per progetti che incentivino lo scambio dei nostri laureati tra sedi universitarie e che, al tempo stesso, servano ad attrarre laureati bravi e motivati dall’estero nei nostri corsi di dottorato. Facciamoli lavorare insieme. In questo modo “ripartenza” non sarà ritorno, ma innovazione.


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