Studenti e ricercatori

Negli atenei nuove assunzioni a singhiozzo (e non per il Covid)

di Eugenio Bruno

Anche se il Recovery ne parla solo marginalmente gli atenei italiani hanno un problema di reclutamento. Da prima del Covid. A sottolinearlo sono due dei tre attori protagonisti (insieme al ministero) del nostro sistema accademico: da un lato, le Regioni che - in un documento per la commissione Istruzione del Senato - ricordano come in 10 anni abbiamo perso un quarto del personale docente e di ricerca; dall’altro, i rettori che - in una proposta di riforma del «pre-ruolo» - puntano a disboscare tutto ciò che precede l’arrivo in cattedra. Più un terzo indizio proveniente dai numeri sull’Abilitazione scientifica nazionale (Asn), il “patentino” per partecipare alle selezioni di prof ordinari e associati. Da cui emerge che, mentre parte il ciclo di valutazioni 2021-23, la quota di chiamati su abilitati dal 2012 a oggi scende dal 51% al 4.

Poche assunzioni

Partiamo da qui. Nel biennio 2012/13, quando l’Asn voluta dalla riforma Gelmini al posto dei vecchi concorsi locali era annuale, hanno ottenuto l’abilitazione 32mila aspiranti professori di I e II fascia e oltre la metà (16.682) è stata poi chiamata da un ateneo. Ma già nel ciclo successivo 2016/18, quando è diventata “a sportello”, il rapporto ha iniziato a invertirsi: dei 32.948 abilitati solo 7.749 hanno avuto la cattedra (il 24%). Per arrivare alla tornata 2018/20 ancora in corso che al momento vede 538 assunti su 12.240 “patentati”. Un trend che non possiamo imputare al Covid (le assunzioni totali sono passate dalle 2.883 del 2019 alle 2.577 del 2020) ma che deriva dal meccanismo farraginoso che regola i concorsi universitari. Con il ministero che assegna alle università i “punti organico” a disposizione (1 per ogni ordinario, 0,7 per ogni associato eccetera) e il singolo ente che, se ha budget, li usa per bandire i concorsi. A cui possono partecipare anche gli abilitati dei cicli precedenti visto che il titolo dura 9 anni. E l’accumularsi di abilitazioni da smaltire spiega in parte l’andamento decrescente della curva.

Se i criteri dell’Asn 2021/23 di fatto ricalcano quelli del 2018/20 dal prossimo giro di valutazioni potrebbero invece esserci novità. E il Consiglio universitario nazionale (Cun) se ne sta già occupando. In un quadro generale che vede i problemi del reclutamento universitario cominciare ben prima dell’approdo alla cattedra. Come sottolineano anche le regioni che hanno posto la questione docenti al primo punto della proposta di interventi inviata al Senato nell’ambito di un’indagine conoscitiva sulla condizione studentesca. Partendo da due numeri emblematici: il personale di ricerca e i docenti universitari si sono ridotti nell’arco degli ultimi 15 anni di circa un quarto; quasi il 70% dei professori di I e II fascia ha più di 50 anni nel 2019 e, di questi, quasi il 30% supera i 60. E finendo con il chiedere al Governo e Parlamento di far precedere le riforme del Pnrr (che interviene sul reclutamento scolastico ma non su quello universitario, ndr) da un potenziamento radicale degli organici e da un piano anti-precariato.

La proposta della Crui

Il tema sta a cuore anche alla Conferenza dei rettori guidata da Ferruccio Resta (Politecnico di Milano). In un documento approvato all’unanimità il 22 aprile l’assemblea della Crui propone una riforma del «pre-ruolo», giudicandola cruciale per un Paese che ai nodi citati abbina un rapporto studenti/ docente molto più alto della media europea e un tasso di ingresso al dottorato molto più basso.

Da qui l’idea di riordinare il sistema attuale fatto di borse di studio, assegni di ricerca, ricercatori a tempo determinato di tipo A e B puntando, come si fa all’estero, su contratto di ricerca post-laurea, ricercatore post-doc e professore in tenure-track. Incentivando la mobilità e il prosieguo della carriera accademica attraverso adeguate risorse. Senza disdegnare contratti a progetto o docenze temporanee per professionisti provenienti da enti di ricerca, Pa e aziende private. Alla ministra Cristina Messa, che ha a sua volta messo nel mirino il pre-ruolo, l’onere di fare la sintesi.


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