Studenti e ricercatori

Finanziamo i ricercatori delle Università e degli enti di ricerca esistenti con il Recovery Plan: lo meritano

di Michele Ciavarella*

Il 31 marzo, il presidente Joe Biden si è schierato a favore di un aumento di 50 miliardi di dollari per il National Science Foundation (NSF), la seconda agenzia dopo National Institute of Health per finanziamenti alla ricerca di base in USA, all'interno del piano da 2,3 trilioni di dollari analogo al Recovery Plan per rinvigorire l'infrastruttura della nazione. In tutta Europa, molti stati si sono attivati per analoghe misure di potenziamento del finanziamento alla ricerca di base, che è già più cospicuo di quello italiano.
Oggi che in piena pandemia nessuno metterebbe in discussione il ruolo della Scienza e della Ricerca di Base, in Italia si continua a dire che le Università italiane siano finanziate “a pioggia” ossia non premiano il merito, o siano sovrafinanziate. Questa disinformazione a volte diffusa persino da colleghi Universitari, non aiuta la politica a finalizzare possibili progetti nel Recovery Plan. Autorevoli scienziati e anche i nostri senatori a vita Monti e Cattaneo hanno rilanciato già al precedente premier Conte e poi all'attuale Draghi il cosiddetto Piano Amaldi, pari al 7% della cifra stimata per l'Italia nel piano Next Generation EU, ossia di investire 15 miliardi di Euro in 5 anni per mettere la ricerca pubblica di base al passo coi principali Paesi europei. Questa proposta (articolata tra assunzioni, progetti e infrastrutture) non pare peregrina se esaminiamo alcuni dati, alcuni dei quali ritengo molto originali rispetto a quanto si legge in genere. Abbiamo dati sugli investimenti molto inferiori rispetto a nazioni a noi vicine: molti meno dottorati di ricerca l'anno (9.000 in Italia contro i 15.000 in Francia e i 28.000 in Germania), molti meno ricercatori pubblici (appena 75.000 in Italia contro 110.000 in Francia e 160.000 in Germania), e tuttavia abbiamo un numero di ricercatori nel top 2% per citazioni al mondo (vedi tab.1) per milione di abitanti che è superiore al Giappone, ma anche alla Francia, e proporzionale al campione per quello della Germania, mentre a farla da padrone sono gli USA con ca. il 45% dei ricercatori top nel mondo. Ma la proporzione maggiore rispetto alla popolazione la hanno Israele e ancora di più la Svizzera. In queste condizioni è evidente il nostro ritardo, che è quasi interamente dovuto al sottofinanziamento.
Altro numero chiaro: investiamo in ricerca pubblica circa 150 Euro l'anno per cittadino, contro 250 e 400 Euro in Francia e Germania. Il gap, specie nella ricerca di base, è destinato ad aumentare se consideriamo che la Francia ha programmato di raddoppiare i fondi posti a bando dall'Agenzia Nazionale per la Ricerca per progetti in tutte le discipline, portando a circa 1 miliardo di Euro per anno i 450 milioni del 2020, con lo scopo di raggiungere un numero di progetti di eccellenza finanziati superiore al 25% della richiesta, mentre i nostri finanziamenti PRIN (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale banditi dal MUR) sono stati sospesi per anni, e sono finanziati per il 2020 ad un livello di circa un terzo di quelli francesi di oggi.

TABELLA 1

Altra confusione nel dibattito italiano è tra il finanziamento dei posti di ricercatori e docenti, e il finanziamento alla ricerca. Sul primo, in Italia negli ultimi 20 anni abbiamo fatto una politica alquanto curiosa: abbiamo discusso molto di “differenziare” le Università introducendo Anvur, l'ente di valutazione presieduto ora dall'ex Rettore dell'Università di Bari, prof. Uricchio, e gli esercizi relativi (Vqr), introducendo una “quota premiale” dei finanziamenti permanenti, ossia quelli per assumere i docenti di ruolo. In realtà tuttavia, a fronte di blocchi di turn-over e complessivo calo del finanziamento, solo 4 Università sono state premiate davvero nel periodo 2008-2018 (due di Milano, una di Torino e Padova), lasciando grande parte di Italia e tutto il Sud in negativo.

Si dice di voler arrivare in futuro a differenziare tra “Research Universities” e “Teaching Universities”, facendo ingrandire le prime a scapito della altre, ma nemmeno questo mi pare un obiettivo realistico, se intendiamo per “Research Universities” le migliori al mondo. In realtà stiamo solo ingrandendo di poco alcune Università a scapito di altre che non vedono rinnovare il loro corpo docente via via che viene pensionato, senza incidere minimamente sui finanziamenti alla ricerca: stiamo cioè restando tutti ben lontani dai livelli delle Università top. Diamo qualche numero evidente.

Come abbiamo visto, la Svizzera ha dei numeri eclatanti, e non sorprende che nei ranking internazionali come Qs, tra le prime al mondo compare il Politecnico di Zurigo (Eth). Alcuni dati sul bilancio di Eth in confronto al Politecnico di Milano, che è comunque 149° nella classifica, sono riportati in Tab.2, presi dal recente libro di Roger Abravanel “Aristocrazia 2.0”, cui si aggiungono dati dei ricercatori nel top 2% secondo il “ranking di Stanford”.

Per ogni docente, il finanziamento pubblico complessivo è 2 milioni e 300 mila euro. Al Politecnico di Milano che risulta la migliore Università italiana, il dato è 182 mila euro, quindi oltre 10 volte più basso.

I finanziamenti privati non incidono in diversa misura, infatti il dato è confermato in Tab.1 dove si vede che ogni docente del Politecnico di Zurigo ha 10 studenti di dottorato a lavorare con lui, quello del docente del Politecnico di Milano, uno solo in media! Anche il costo per studente è un dato significativo.

Lo Stato svizzero finanzia il Politecnico di Zurigo per 55 mila euro all'anno per studente, mentre lo stato italiano finanzia il Politecnico di Milano solo 5. Il risultato di questa enorme disparità di finanziamento (ma anche della più stringente selezione dei docenti, che sono reclutati su base internazionale tra i migliori del mondo) si vede nei dati dei ricercatori nel top 2% (dati “career”): al Politecnico di Zurigo quasi tutti i docenti sono nel top 2%, mentre al Politecnico di Milano sono solo il 10% circa dei docenti di ruolo, e, cosa ancora più interessante, non sono molto diverse le percentuali nelle altre Università italiane.

Le Università italiane sono tutte abbastanza omogenee, la loro differenza principale è la dimensione, e l'attuale sistema di Anvur principalmente funziona sul reclutamento, che potrebbe portare anche a qualche risultato nel tempo, ma non cambia la situazione del sottofinanziamento. Il finanziamento della ricerca in Italia è di sola sussistenza, interi Enti di ricerca come il Cnr hanno bilanci quasi interamente dedicati a pagare stipendi, eppure hanno eccellenze.

Cosa fare allora? Il Pnrr prevede alcuni finanziamenti, ma investirebbe in sette campioni nazionali di ricerca e sviluppo e altri venti campioni territoriali di ricerca e sviluppo – cioè altri 20 più sette centri di ricerca – che la senatrice Cattaneo definisce «iperfinanziati», suggerendo invece di fare come la Germania nel suo programma di eccellenza: non creare nuovi enti, ma aprire bandi e mettere in competizione gli enti esistenti.

A me pare che la soluzione vada studiata accuratamente per risolvere il problema che rispetto alle top “Research Universities” del mondo, le nostre sono tutte “Teaching Universities”.

Non si abbandonino le Università italiane e gli Enti di ricerca italiani in questa condizione di evidente inferiorità rispetto a realtà di punta estere. Si trovino dei meccanismi quindi per valorizzare cosa c'è di buono in tutte le Università ed Enti di ricerca italiani.

Non sta a me definire una proposta in poche righe. Mi pare che i numeri da me segnalati indichino che c'è da fare un reclutamento più selettivo, ma anche finanziare molto maggiormente i migliori ricercatori.

C'è del potenziale non espresso nelle Università e negli Enti di ricerca italiani, dovuto al sottofinanziamento. Riconoscendo che le Università italiane non sono tanto dissimili tra loro come qualità, si è passato a parlare di “Dipartimenti Eccellenti” invece che Università eccellenti, ma questo corregge il tiro solo in parte.

Quello che manca ancora è parlare di “ricercatori eccellenti” e finanziare loro direttamente, sulla base di progettualità precise, anche in rete tra le Università. Siamo in grave ritardo, non abbiamo vere agenzie di finanziamento alla Ricerca, esclusi i Prin che appunto funzionano male e poco, sono finanziati poco e saltuariamente.

TABELLA 2

* Professore ordinario di Progettazione meccanica - Politecnico di Bari


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