Studenti e ricercatori

Permessi studio negati se il lavoratore-studente è «fuori corso»

di Andrea Alberto Moramarco

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Il lavoratore-studente può fruire dei permessi studio, nei limiti di quanto stabilito dalla contrattazione collettiva della specifica area lavorativa, soltanto per sostenere gli esami e per frequentare i corsi previsti nell'ambito della durata legale del corso. Non ha perciò diritto ad usufruire dei permessi chi si trova “fuori corso”. Questo è quanto emerge dalla sentenza della Sezione lavoro della Cassazione n. 19610/2020.

La vicenda
La controversia oggetto della decisione riguarda la pretesa di un lavoratore della Azienda casa Emilia Romagna, il quale chiedeva all'ente datore di lavoro di poter fruire dei permessi straordinari e retribuiti per motivi di studio. Tale richiesta veniva però negata, in quanto l'articolo 28 del Ccnl applicabile limitava i permessi studio soltanto al periodo di frequenza nell'ambito degli anni di durata legale del corso. Il lavoratore-studente, infatti, era un “fuori corso”. Per lui, pertanto, non vi era la possibilità di ottenere alcun permesso retribuito.La decisione del datore di lavoro viene impugnata dinanzi all'Autorità giudiziaria che, sia in primo che in secondo grado, conferma il no alla concessione dei permessi studio. Ebbene, la Corte d'appello di Bologna, notava in particolare, che la disciplina normativa e contrattuale dei permessi studio non può che riferirsi al solo corso legale degli studi, non potendo il legislatore «aver riconosciuto al lavoratore il diritto a permessi retribuiti per seguire le lezioni senza limiti, cioè al di fuori della durata legale del corso e a prescindere dal superamento o meno degli esami sostenuti per i corsi seguiti». In sostanza, il diritto del lavoratore a proseguire negli studi va rapportato alla «fisiologica durata del corso di studi».

La pretesa discriminazione
Contro questa decisione, tuttavia, il lavoratore-studente ricorreva in Cassazione, dinanzi alla quale lamentava il carattere discriminatorio dell'interpretazione fornita dai giudici. Per il dipendente, infatti, la normativa contrattuale non escludeva dai permessi gli studenti “fuori corso”, ma si limitava a concedere i permessi «per la frequenza di corsi finalizzati al conseguimento dei titoli di studio universitari, oltre che per la preparazione dei relativi esami». In sostanza, al fine della fruizione dei permessi studio, sarebbe irrilevante lo status di studente “in corso o “fuori corso”.

Niente permessi ai “fuori corso”
Anche la Suprema corte, tuttavia, si esprime in termini sfavorevoli per il lavoratore-studente, confermando, quindi, la non fruibilità dei permessi premio da parte dei dipendenti che siano studenti “fuori corso”. I giudici di legittimità spiegano che la disciplina della contrattazione collettiva applicabile alla fattispecie richiama la disciplina generale prevista dall'articolo 10 comma 2 dello Statuto dei lavoratori, che appunto sancisce il diritto dei lavoratori-studenti di fruire di permessi premio per sostenere gli esami. Nella fattispecie, poi, la normativa contrattuale estende tale diritto ad ottenere dei permessi anche alla frequenza dei corsi, prevedendo però precisi limiti, «quali il numero massimo di ore individuali per anno (150), il numero massimo di dipendenti che possano fruire dei permessi (3% del totale delle unità di servizio ogni anno)». La ratio della previsione contrattuale, migliorativa di quella generale legislativa, è quella di agevolare il diritto allo studio dei lavoratori, all'interno però di un delimitato numero di anni, ovvero quelli coincidenti con il corso legale di studi. Tale limitazione, secondo il Collegio, è del tutto ragionevole, perché sorregge il diritto allo studio «senza comprimere eccessivamente il diritto del datore di lavoro alla prestazione».


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