Famiglie e studenti

Studenti, crollo delle competenze

di Claudio Tucci

L’anno e mezzo di “scuola a singhiozzo” a causa del Covid-19 ha lasciato un solco profondo sugli apprendimenti degli studenti. A eccezione degli alunni della primaria, dove i risultati in italiano, matematica e inglese, sono rimasti più o meno sui livelli pre-pandemia (2019), a medie e superiori il crollo è stato netto.

Alle secondarie di primo grado, ha spiegato Roberto Ricci, responsabile nazionale prove Invalsi, illustrando ieri al Cnel, a Roma, i dati 2021, la quota di alunni che non ha raggiunto il “livello di accettabilità” in italiano è salita al 39% (nel 2018 e nel 2019 si era fermi al 34%), con un calo generalizzato in tutto il Paese.

Male anche in matematica, dove il 44% dei ragazzi usciti a giugno dalla terza media non ha raggiunto le competenze minime (39% nel 2019, 40% nel 2018). E in entrambe le discipline, ad andare peggio sono gli alunni socialmente svantaggiati, e c’è un generalizzato peggioramento verso il basso, con i migliori che, pur restando sopra la media nazionale, perdono terreno rispetto a prima della pandemia. L’inglese sostanzialmente tiene: il 76% degli studenti ha raggiunto il livello A2 nella lettura (reading), 74% nel 2018, 78% nel 2019; e il 59% lo ha raggiunto nell’ascolto (listening), 56% nel 2018, 60% nel 2019.

In quinta superiore si assiste a una vera e propria debacle, con il 44% di studenti che non è arrivato al livello minimo in italiano (35% nel 2019) e addirittura il 51%, vale a dire uno su due, in matematica (42% nel 2019).

«Ad andar peggio - ha aggiunto Ricci - sono soprattutto le regioni del Mezzogiorno», con in testa Campania e Puglia, non a caso i due territori che hanno fatto più ricorso alle lezioni da casa. In matematica il gap di apprendimenti inizia a riguardare pure il Nord Est. Anche alle superiori l’inglese va meglio, pur arretrando: il 49% di studenti è arrivato al B2 di reading (52% nel 2019) e nel listening si scende al 37% (35% nel 2019).

Dopo un anno di stop politico (il 2020), la fotografia sugli apprendimenti nelle competenze di base degli studenti italiani scattata da Invalsi non è affatto confortante. Le prove, computer based, hanno coinvolto oltre 1,1 milioni di allievi alla primaria (seconda e quinta elementare), 530mila studenti di terza media e 475mila di quinta superiore. Quest’anno le prove non sono state svolte in seconda superiore (per non appensantire il lavoro delle scuole), e non costituivano, come nel 2020, requisito di ammissione agli esami di stato. Anche per questi motivi, c’è stato un calo nella partecipazione degli studenti, evidente soprattutto nelle regioni del Sud (Campania, Puglia, Basilicata, alle superiori); e il quadro potrebbe essere ancora più negativo.

Nei fatti, con un ritardo di 12 mesi, si confermano i risultati emersi dalle principali indagini internazionali, che hanno, tutte, evidenziato un learning loss preoccupante, ha ricordato di recente su questo giornale Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli. Gli studi americani hanno stimato un gap formativo in un range dal 35 al 50% in matematica e nella propria lingua rispetto agli studenti degli anni prima allo stesso punto del programma. In Olanda in otto settimane di lockdown si è perso circa il 20% del progresso previsto l'anno scolastico. E adesso anche l’Italia è in affanno. Tutta colpa della Dad? «Non solo», è la risposta degli esperti. La scuola italiana sconta una didattica piuttosto statica e poco innovativa. Insomma, il problema non è la Dad in sè, ma come i docenti fanno lezione.

Per il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, «la scuola va rimessa al centro del Paese», invitando tutti a vaccinarsi per tornare a settembre in presenza. Bianchi ha anche annunciato 140mila assunzioni di docenti nei prossimi due anni, e ha ricordato i cospicui investimenti fatti: 3,5 miliardi prima del Pnrr, e altri 1,5 miliardi in arrivo per le infrastrutture.

Un altro dato preoccupante, ha sottolineato Ricci, riguarda “le diseguaglianze”. Dai dati Invalsi è emerso come il 9,5% degli studenti che esce dalla scuola (pari a circa 40-45mila ragazzi) possiede competenze di base fortemente inadeguate (la cosiddetta “dispersione implicita”). Eravamo al 7% nel 2019. «In pratica - ha sintetizzato Ricci - è come se ogni anno mezza città di Ferrara si trovasse in questa condizione». Partendo da questi dati, si può stimare che il 23% dei giovani tra 18 e 24 anni o ha abbandonato le aule scolastiche o ha terminato le lezioni senza acquisire le competenze di base minime (nel 2019 erano il 22,1%). Un altro campanello d’allarme è la varianza tra scuole, che dalle medie si sposta tra classi, specie al Sud e per italiano e matematica. Come dire che il successo formativo di un ragazzo dipende non più dall’istituto, ma addirittura dalla classe che frequenta.


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