Famiglie e studenti

Sette miliardi per costruire asili

di Valentina Melis

I Comuni hanno ancora 11 giorni di tempo per aggiudicarsi una parte dei 700 milioni messi a disposizione dalla legge di Bilancio 2020 per finanziare la costruzione, la messa in sicurezza, la ristrutturazione o la riqualificazione di asili nido e scuole dell’infanzia.

I fondi messi in campo fino al 2034 sono in realtà 2,5 miliardi. Il primo bando dei ministeri dell’Interno e dell’Istruzione, in scadenza il 21 maggio, punta a distribuire la prima tranche di queste risorse (relativa al periodo 2021-2025): 280 milioni sono destinati ai nidi, 175 milioni alle scuole dell’infanzia, 105 milioni a centri polifunzionali per i servizi alle famiglie, 140 milioni alla riconversione di spazi delle scuole dell’infanzia ora inutilizzati (il 60% degli importi deve essere destinato ad aree svantaggiate).

Ciascun Comune può presentare domanda al massimo per due progetti. E ogni progetto potrà ottenere fino a 3 milioni di euro.

Con questo investimento nell’edilizia scolastica per i bambini da zero a sei anni si punta a colmare il grande ritardo dell’Italia sui posti disponibili negli asili nido, che sono 355mila (solo per metà pubblici), per una platea di oltre 1,2 milioni di bambini sotto i tre anni.

Ancora lontano, cioè, dal target europeo del 33% di copertura fissato a Barcellona nel 2002, per sostenere la conciliazione della vita familiare e lavorativa e promuovere una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Ma con divari territoriali molto ampi nel Paese: le Regioni del Nord-Est e del Centro Italia hanno già superato, nella maggior parte dei casi, il target europeo, mentre quelle del Sud sono ferme a un copertura media del 13,3 per cento. Resta anche un divario rilevante tra i nidi disponibili nelle grandi città e i servizi nei piccoli Comuni delle aree interne.

Il Recovery plan

L’altro grande finanziamento in arrivo con l’obiettivo di accelerare sui servizi per la prima infanzia è quello di 4,6 miliardi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, appena inviato a Bruxelles. L’obiettivo è arrivare ad avere, entro il 2026, 228mila nuovi posti per bambini da zero a sei anni.

Sia i fondi nazionali stanziati dalla legge di Bilancio 2020, sia quelli europei del Recovery plan, però, possono essere usati solo per costruire nuove strutture, e non per le spese correnti di gestione (assunzione e pagamento degli insegnanti, formazione, copertura delle spese legate al funzionamento degli asili e delle scuole dell’infanzia).

Peraltro, nonostante sia stato previsto da quattro anni (Dlgs 65/2017) un sistema integrato di educazione e di istruzione dei bambini dalla nascita fino a sei anni, gli asili nido continuano a essere un servizio pubblico a domanda individuale: cioè sono attivati quando c’è la domanda e senza alcun obbligo di legge per il Comune a erogare il servizio.

Quindi i centri che dispongono di risorse adeguate, sia per la progettazione, sia per la gestione, e di un reddito del territorio che favorisca la compartecipazione delle famiglie alla spesa, possono aprire e mantenere gli asili nido. Quelli che si trovano in situazioni finanziarie o in un contesto territoriale diverso, possono non attivare questi servizi.

Il punto di vista dei sindaci

I sindaci accolgono con favore la disponibilità di fondi per l’edilizia scolastica, ma chiedono semplificazione delle procedure e attenzione alle future spese di gestione.

«Ben vengano i fondi per costruire nuovi edifici scolastici e per migliorare le strutture esistenti», dice Dario Allevi, sindaco di Monza e delegato Anci all’Istruzione e alle politiche educative. «È urgente però - continua - semplificare le procedure per attuare gli interventi, altrimenti sarà impossibile rispettare i tempi stretti richiesti dalla Ue per il Recovery plan. In futuro, poi, i Comuni dovranno essere sostenuti finanziariamente per gestire i nuovi servizi destinati all’infanzia, comprese le assunzioni del personale. Oggi i Comuni spendono 1,5 miliardi per gli asili nido, e sostengono mediamente l’80% della spesa». Monza peraltro è un caso virtuoso, perchè offre un posto all’asilo nido al 42% dei bambini sotto i tre anni.

Gli stessi problemi sono sottolineati da Annamaria Palmieri, assessore all’Istruzione e alle politiche sociali del Comune di Napoli. «A Napoli - spiega - siamo passati negli ultimi dieci anni da 37 a 65 nidi, con una copertura che è passata da 4% al 10% dei 30mila bambini sotto tre anni. Dobbiamo però mantenere molto basse le rette a carico delle famiglie, sostenendo oltre il 90% dei costi, altrimenti gli asili resterebbero vuoti, soprattutto in periferia».


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