ITS e imprese

La pandemia non si sente: l’80% dei «super-tecnici» è occupato

di Claudio Tucci

S
2
4Contenuto esclusivo S24

Passano gli anni, cambiano i governi, ma gli Its continuano a rappresentare un passe-partout per l’occupazione giovanile. Anche in tempi di Covid-19, e nonostante mesi di duro lockdown. Lo scorso anno, l’80% dei diplomati degli Istituti tecnici superiori ha trovato un lavoro a un anno dal titolo (quasi analoga all’82,6% del pre-pandemia), e nel 92% dei casi l’impiego è coerente con il percorso, in aula e on the job, svolto dal ragazzo. Sei contratti firmati su 10 sono stati a tempo indeterminato o in apprendistato, quindi subito stabili, con innovazione e Industria 4.0 che continuano a farla da padrone: il 58,8% degli occupati infatti ha seguito un corso con l’utilizzo di tecnologie abilitanti 4.0, dal Cloud ai processi Simulation tra macchine interconesse, che significa +10% in un anno (grazie anche al contributo del ministero dello Sviluppo economico).

È la fotografia scattata dal monitoraggio 2021 sugli Its, che ministero dell’Istruzione e Indire hanno anticipato al Sole24Ore del Lunedì: un biglietto da visita importante in vista degli 1,5 miliardi in 5 anni previsti dal Recovery Fund, che dovranno servire a portare da 20mila ad almeno 100mila gli iscritti a queste ”officine del sapere tecnico”, nate una decina d’anni fa. L’obiettivo è iniziare avvicinarci ai numeri dei nostri competitor: in Francia gli iscritti agli analoghi istituti tecnici terziari sono 200mila, in Germania, nelle Fachhochschule, addirittura 800mila.

I punti di forza

Il rapporto annuale ha analizzato 201 percorsi terminati nel 2019, erogati da 83 Fondazioni Its, e ha visto la partecipazione di 5.097 studenti e 3.761 diplomati (seguiti a un anno dal titolo, vale a dire nel 2020). L’impatto dell’emergenza sanitaria, unito anche al sostanziale disinteresse dei precedenti governi verso gli Its (non sono mai stati inseriti tra i provvedimenti emergenziali, ndr), si ritrovano nel lieve calo delle performance nei settori più colpiti dal virus, come attività culturali e turismo e in alcuni ambiti delle nuove tecnologie per il Made in Italy (dove comunque il tasso di occupazione è sopra il 75%). Continuano invece a crescere tutte le altre aree tecnologiche, a cominciare da mobilità sostenibile e meccanica.

«Gli Its sono un percorso formativo post secondario non universitario, legato al mondo delle imprese e fortemente ancorato allo sviluppo di competenze - ha sottolineato il presidente di Indire, Giovanni Biondi -. Proprio la loro flessibilità, il non avere un “programma ministeriale” da seguire, la centralità delle attività nei laboratori sono tra i fattori che vanno sviluppati e difesi per garantire che gli Its possano continuare a sostenere i processi di innovazione in atto nel settore manifatturiero e dei servizi».

Le chiavi di successo degli Its risiedono infatti nella flessibilità organizzativa e didattica: il 71% dei docenti proviene dal mondo del lavoro e delle professioni, il 41% delle ore del percorso è in stage e il 27% delle ore di teoria è svolto in laboratori. Non solo: nel partenariato delle 83 Fondazioni Its con percorsi monitorati il 44,6% dei soggetti partner è composto da imprese. La stragrande maggioranza dei frequentanti ha tra i 20 e i 24 anni, e nel 59% dei casi proviene da un istituto tecnico. Un lieve incremento c'è tra i diplomati degli indirizzi professionali (da 11,1% a 13,7%), stabile invece la provenienza dei liceali (21%).

Le zone d’ombra

Non mancano le criticità: i percorsi eccellenti, cioè premiati con risorse aggiuntive, sono 89, ma ce ne sono 25 “critici”, perché hanno pochi iscritti e basso tasso di occupazione, e 20 “problematici”. E gli Its, nonostante 10 anni di storia, sono ancora poco conosciuti dalle famiglie, e, purtroppo, anche dagli insegnanti delle scuole superiori. «Dalla loro nascita gli Its hanno triplicato il numero degli studenti mantenendo sempre alta la percentuale di occupati - ha aggiunto Biondi -. Adesso, per supportarne la crescita e metterli a sistema, occorre valorizzare e rendere trasferibili i caratteri distintivi del modello dinamico e flessibile degli Its, i fattori di successo, le pratiche innovative per lo sviluppo di competenze per il lavoro 4.0 che la banca dati e la ricerca di Indire ha evidenziato in modo da portare a sistema l’innovazione».

Il punto è che per le imprese, che hanno necessità di 20mila diplomati Its l’anno mentre se ne sfornano appena 5mila, gli Its sono fondamentali: «Dobbiamo far crescere i ragazzi che scelgono gli Its - ha chiosato Gianni Brugnoli, vice presidente di Confindustria per il Capitale umano -. Le opportunità sono tantissime e vanno conosciute: la stessa pandemia non ha ridimensionato la domanda di super-tecnici delle imprese italiane, anzi, ci sono settori chiave come il metalmeccanico, l’Ict, l’alimentare, ma anche la moda, il legno-arredo, le costruzioni e il chimico-farmaceutico che cercano giovani tecnici ma non li trovano. Dobbiamo scongiurare il rischio che le risorse Ue destinate a questi istituti siano sprecate. Abbiamo 1,5 miliardi da investire sugli Its, ora dobbiamo orientare i giovani».


© RIPRODUZIONE RISERVATA