Famiglie e studenti

La didattica online deve andare oltre la videoconferenza

di Eugenio Bruno

Non è un caso che la ministra Lucia Azzolina, nel passaggio da vecchio a nuovo anno scolastico e dal lockdown di primavera alla riapertura di settembre, abbia cambiato nome (e acronimo) alla didattica a distanza. Che da Dad è diventata Ddi (digitale integrata) e che adesso deve però dimostrare di esser tale nelle singole classi delle singole scuole, che da oltre un mese stanno facendo i conti con chiusure nazionali, regionali e locali.

Negli articoli seguenti proviamo a raccontare - anzi lasciamo che a farlo siano i docenti impegnati in prima persona nelle classi virtuali di tutta Italia - come sostituire la didattica frontale in presenza con quella digitale a distanza non significhi limitarsi a fare una videoconferenza di 60, 50 o 45 minuti (la scelta spetta ai presidi) con i propri alunni che seguono, tutti o a piccoli gruppi, da casa. Bensì immaginare una lezione completamente nuova nei modi, nei tempi e nei mezzi di espressione. Da sperimentare sul campo quotidianamente con i propri allievi. Partendo dalla scelta della piattaforma da utilizzare (anche se in genere la decide la scuola) e ai file da condividere da remoto. E passando, poi, per la giusta miscela di moduli sincroni (cioè in diretta) e asincroni (in differita) per aggiornare la classica “spiegazione” del prof e dall’introduzione anche tra i banchi di esperienze come il debate o il working team che nella vita possono sempre servire si arriva, infine, alle verifiche che, per forza di cose, non possono ricalcare le interrogazioni e i compiti in classe conosciuti finora.

Ricorrere, in quarta superiore, alle teche Rai o a Youtube per ripercorrere la campagna in Italia di Napoleone e arrivare così al trafugamento, vero o presunto della Gioconda, oppure chiedere aiuto, in terza media, alla comicità di Totò per raccontare la geometria sono alcuni esempi degli spazi che la Ddi offre agli insegnanti per mettersi in gioco. E che le pagine seguenti provano a riassumere, sperando che la diffusione di buone pratiche e la contaminazione dei saperi tradizionali con quelli digitali si rivelino l’arma in più contro la perdita degli apprendimenti che ogni chiusura delle scuole genera.


© RIPRODUZIONE RISERVATA