Famiglie e studenti

Con filtri e ventilazione aria più sana nelle scuole

di Maria Chiara Voci

Si tratta di un aspetto chiave per prevenire infezioni e malattie, in periodo di pandemia da Covid-19 ma non solo. In assenza di sistemi ad hoc di ventilazione, infatti, la qualità dell’aria che respiriamo al chiuso può essere anche dieci volte più inquinata rispetto a quella che inaliamo per strada nelle immediate vicinanze.

La tecnologia ci offre diverse soluzioni a questo riguardo, dal monitoraggio in tempo reale delle condizioni di accumulo di CO2 e altri inquinanti grazie all’installazione di sensori e “nasi virtuali”, ai sistemi di ricambio forzato, filtraggio e di sanificazione. Eppure al momento del rientro in classe (così come in ufficio) tutta l’attenzione in materia di prevenzione del contagio da coronavirus continua a essere rivolta all’uso delle mascherine, al distanziamento, alla presenza di banchi monoposto e di disinfettanti. Non senza incorrere in un paradosso: perché ogni arredo così come ogni sostanza che s’inserisce in un ambiente confinato, se non sotto controllo, può contribuire a emettere composti organici volatili e a peggiorare inquinando addirittura di più.

Il tema, ancora poco conosciuto dall’opinione pubblica nonostante la pandemia abbia aumentato l’attenzione in questo campo, è da tempo sotto la lente di ingrandimento di enti di ricerca, università, amministrazioni pubbliche. «Pochi sanno che la prima fonte di inquinamento in un’aula è la respirazione degli studenti e degli insegnanti che occupano lo spazio», commenta Carlo Battisti, project manager di Idm Südtirol-Alto Adige, ente capofila del progetto europeo Qaes, iniziativa internazionale che coinvolge dieci partner, due regioni, dodici scuole e otto tipologie di soluzioni da testare per arrivare a individuare un protocollo di azioni standard di rinnovamento concreto della qualità dell’aria nelle scuole altoatesine e ticinesi.

In un’aula tipo si può arrivare a superare anche di cinque volte la soglia di anidride carbonica “consigliata”. «In alcuni casi – aggiunge Clara Peretti, ingegnere e consulente del laboratorio analisi dell’aria e radioprotezione della Provincia di Bolzano – abbiamo rilevato come ad inquinare l’aria contribuissero le polveri emesse dal gesso usato per le lavagne, l’inchiostro dei pennarelli usati dagli studenti o persino le emissioni dei pannelli usati per l’isolamento acustico. Nel tentare di risolvere un problema, insomma, se ne era creato inconsapevolmente un altro». Non solo. «Pawerl Wargocki, ricercatore danese e fra i principali esperti in Europa sul tema dell’inquinamento indoor negli edifici scolastici ha dimostrato come ci sia una correlazione fra tutti gli inquinanti areo-dispersi e la CO2. Per via di una serie di fattori. Il più evidente è che all’aumentare della temperatura cresce il rilascio di sostanze nocive contenute in rivestimenti e arredi», spiegano gli ingegneri Massimiliano Busnelli e Roberto Armani, fondatori dell’associazione Energia di Classe e ideatori nel 2012 del progetto di ricerca Air@School con il Politecnico di Milano per il monitoraggio puntuale della CO2 nell’aria in elementari e medie.

A lavorare sul tema è anche il progetto di ricerca “Il cambiamento è nell'aria” promosso dalla Libera Università di Bolzano – con la collaborazione di ricercatori e dottorandi dell’Università Iuav di Venezia e delle Università di Trento e Padova – e dalla società di formazione Agorà. L’installazione (in periodo pre-Covid) di novanta sensori in 5 classi e altri 20 ambienti dell’Istituto Hack di Roma ha permesso di monitorare continuativamente i dati di temperatura, umidità, concentrazione di CO2 e illuminamento. «In tutte le classi la soglia massima di Co2 è stata superata per oltre l’80% del tempo – spiega il responsabile del progetto Andrea Gasparella –. Così anche la portata di ventilazione registrata si è attestata sotto la soglia minima prescritta per oltre il 95% del tempo di esposizione. Valori importanti, che devono farci riflettere».

Inquadrato il problema, le soluzioni? Nel caso di edifici nuovi, l’accento è sulla fase di progettazione, che va eseguita tenendo conto di tutti i fattori che possono inquinare l’aria. Dalla scelta dei materiali e dei sistemi di ventilazione combinata, naturale e meccanica, alla gestione del cantiere, fino alle indicazioni di un corretto uso dell’edificio in fase di esercizio. «La tecnologia ci aiuta – prosegue Battisti – così come aiutano i protocolli di certificazione, ad esempio quello promosso dall’Agenzia CasaClima, che consentono di scendere nel dettaglio della tipologia dell’edificio-scuola». Per ciò che riguarda l’esistente, il rimedio più semplice è aerare i locali a intervalli regolari, aprendo di frequente le finestre. Ma è chiaro che, con la stagione invernale alle porte, questa condizione diventa difficile da rispettare.

«Con il progetto Qaes – prosegue Clara Peretti – stiamo verificando diversi sistemi. A partire dai sensori che, posizionati nell’ambiente, ci avvisano quando l’aria è troppo inquinata. Ciò che molti ignorano, è che la stessa installazione di sistemi di ventilazione meccanica per il ricambio di aria senza l’apertura delle finestre e la dispersione di energia è una soluzione implementabile anche in tempi relativamente rapidi. Sfruttando magari le pause del calendario scolastico. Importante inoltre è la manutenzione degli impianti già presenti, con la costante sostituzione dei filtri».

Migliorare l’aria in classe è, infine, una questione di buona abitudini. «Nel corso del nostro monitoraggio – raccontano Armani e Busnelli – la CO2 in classe in alcuni casi raggiungeva anche i 6mila ppm. Grazie alla distribuzione di sensori e a una serie di azioni per la formazione di docenti e studenti, siamo riusciti a ridurre l’impatto degli inquinanti, anche e semplicemente attraverso buone prassi, come quella di non portare in aula giubbini e cappotti utilizzati in esterno e fonte di diffusione di particolato». A dimostrazione che la prima regola per garantire la salubrità indoor è la consapevolezza del problema.


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