Famiglie e studenti

«Non troviamo 20 docenti, il reclutamento non funziona»

di Claudio Tucci

«A un istituto tecnico a indirizzo tecnologico, come quello che dirigo, l’«Enrico Fermi» a Roma, gli studenti imparano a farsi promotori dell’innovazione e a gestirla in modo flessibile; studiano in laboratori attrezzati con pc, stampanti in 3D, microcontrollori, si occupano di domotica e di progetti Iot, utilizzano reti neurali per i loro prototipi, imparano a lavorare in project team, sono protagonisti delle manifestazioni di robotica, partecipano a competizioni dell’Agenzia Spaziale Europea, affrontano da esperti le nuove sfide della «Generazione App». Ecco, per fare al meglio tutto questo servono professori, specie nelle discipline caratterizzanti, che, invece, anche quest’anno, più del passato, non ho; e dovrò, perciò, attendere i supplenti», ha sottolineato la preside Monica Nanetti.

Quanti insegnanti le mancano?

Inizierò il nuovo anno con una carenza di una ventina di docenti di ruolo. Si tratta di tutte cattedre core, informatica, meccanica, elettronica, insegnamenti tecnico-pratici. Come è possibile? Perché il sistema di reclutamento così come strutturato non funziona, e va cambiato. Quest’anno, poi, avevo chiesto l’attivazione di 10 classi prime. Ne hanno autorizzate 9, perché i calcoli ancora si fanno sulla base di una legge fatta dall’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che impone di formare nuove classi con almeno 27 studenti. Evidentemente, l’emergenza Covid sta insegnando poco.

A proposito di coronavirus, la scuola-lavoro rischia essere penalizzata?

La mia scuola ha circa 1.100 studenti, e nel triennio conclusivo i ragazzi hanno sempre svolto il monte ore previsto dalla legge (210 ore, ndr). In molti casi lo abbiamo anche superato, arrivando alle 250 ore. Ho contatti con una quarantina di aziende. Poi, con il lockdown, le attività si sono bloccate. E ora devono ripartire. Il cambio del nome da alternanza a percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento non ha aiutato, e in alcuni casi, anzi, ha modificato il senso dell’esperienza “on the job”. Un percorso di orientamento in sinergia con l’università può andar bene, ma è cosa diversa rispetto alla didattica sul campo, nelle aziende. Del resto, lo stesso ministero dell’Istruzione ha dedicato alla scuola-lavoro poche righe nelle indicazioni finora trasmesse alle scuole, evidenziando solo che i ragazzi sono soggetti ai protocolli di sicurezza aziendali. Passata questa fase iniziale di riapertura, dobbiamo urgentemente attuare, insieme con il mondo del lavoro, nuove strategie operative, anche innovative, per non vanificare quello che è un valore aggiunto della scuola.


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