Famiglie e studenti

di Eugenio Bruno, Claudio Tucci

È già tempo di pensare alle iscrizioni alle prime classi del prossimo anno scolastico. Nei giorni scorsi il ministero dell’Istruzione ha emanato la circolare che definisce i termini e le modalità della procedura online a disposizione delle famiglie per la scelta della scuola. Le registrazioni al portale www.iscrizioni.istruzione.it partono dal 27 dicembre 2019 mentre dal 7 al 31 gennaio 2020 si può indicare la soluzione preferita (oltre a due istituti di “riserva”). In vista di quella data il Miur ha messo a punto una nuova App di “Scuola in chiaro” per accedere con un click alle informazioni in rete e le singole realtà scolastiche sono già partite con l’autopromozione. Tra open day, annunci sul web e passaparola.

Il rebus-superiori

Per le superiori la decisione si annuncia delicata. Soprattutto se fatta con leggerezza e senza buttare un occhio alle tappe successive della carriera universitaria o lavorativa. In un Paese che delega al «consiglio orientativo» emesso in terza media il compito di informare e aiutare le famiglie nella scelta non ci si può poi stupire che esista un mismatch rilevante tra le richieste del mercato del lavoro e le preferenze degli studenti.

Da qui al 2021 i principali settori della manifattura stimano un fabbisogno di circa 193mila profili professionali, la stragrande maggioranza dei quali in possesso di competenze tecnico-scientifiche. Ma in un caso su tre l’assunzione preventivata dagli imprenditori si annuncia complicata, visti i trend offerti dalla scuola secondaria superiore. Prendiamo le iscrizioni alle classi prime dal 2015 a oggi: nei tecnici sono calate di 2mila unità (da 191.949 a 189.971) e nei professionali di 32mila. Laddove, nello stesso periodo, i licei ne hanno guadagnate 15mila (da 278.645 a 294.446). E non basta parlare di calo demografico perché gli iscritti complessivi alle superiori, da allora a oggi, sono calati appena di 2mila unità.

Si spiega anche in questo modo il 30% di disoccupazione giovanile dell’Italia che ci rende terzi nella Ue dopo Spagna e Grecia (lontani anni luce dalla Germania che oscilla tra il 5 e il 6% di under25 disoccupati). Secondo le elaborazioni dell’area Lavoro, welfare e capitale umano di Confindustria, sulla base di dati Istat e Unioncamere, la meccanica, nei prossimi tre anni, offrirà 68mila nuovi posti di lavoro. Nella chimica-farmaceutica-fabbricazione di prodotti in gomma plastica il fabbisogno delle aziende è di circa 18mila addetti; nell’alimentare, bevande e tabacco di 30mila; nel tessile-abbigliamento di 21mila e nel legno-arredo di quasi 11mila.

Scommessa vincente

Numeri che il vice presidente di Confindustria per il Capitale umano, Giovanni Brugnoli, commenta così: «I ragazzi e le loro famiglie devono sapere che gli istituti tecnici e gli istituti professionali permettono di acquisire competenze sempre più richieste dalle aziende e sempre più introvabili. Chi li sceglie ha praticamente la garanzia di trovare un lavoro e non si preclude affatto l’ingresso negli Its e nelle università». Affinché l’istruzione tecnico-professionale torni al centro dell’agenda politica per lui servono poche e chiare mosse: «Serve un piano nazionale di orientamento mirato; il ripristino delle 400 ore obbligatorie minime di alternanza scuola-lavoro; la diffusione dell’apprendistato di primo livello. Se questi percorsi - conclude Brugnoli - si identificheranno chiaramente come “scuole delle imprese” gli iscritti aumenteranno». A gennaio il primo banco di prova.


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