Studenti e ricercatori

Pochi lombardi a Medicina, tanti campani iscritti a Legge

di Eu.B.

Almeno altrettanto arduo si annuncia il compito del titolare dell’Università. Avendo da gestire non una ma ben quattro Italie. Tanti sono infatti i cluster universitari nel nostro paese, ognuno con i propri punti di forza e di debolezza, secondo una ricerca del Gruppo di lavoro internazionale Here (Higher education research) e dell’università di Bergamo, coordinato dall’ex presidente della Crui, Stefano Paleari. Uno spaccato che rende ancora più complicato trovare la ricetta giusta per migliorare il nostro posizionamento internazionale. In primis sul numero di laureati, che ci vede penultimi nella Ue.

Il primo gruppo è rappresentato dalla Lombardia e da gran parte del Centro-Nord (Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Toscana). A caratterizzarlo è una bassa propensione a iscriversi all’università: lo fa il 30% dei lombardi nella fascia d’età 18-25 anni, contro una media nazionale del 36% e con il Lazio e le regioni del Sud ben oltre il 40. E se è vero che questo deficit di aficionados interni viene ampiamente compensato da una forte attrattività sugli esterni - con la Lombardia che aggiunge agli iscritti autoctoni un altro 25% e l’Emilia Romagna che somma addirittura il 48% - è altrettanto vero che questi numeri portano «a interrogarci anche sui servizi offerti agli studenti in una Regione - sottolinea il rettore di Bergamo, Remo Morzenti Pellegrini - che può risultare economicamente proibitiva per molti e genera sacche di disagio giovanile a cui dobbiamo dare una risposta». A suo giudizio, deve preoccupare anche «la debolezza nelle Scienze dure e in Medicina se si pensa all’obiettivo di affermarsi sempre di più come polo della ricerca e dell’innovazione». Stesso discorso per le discipline giuridiche. Come dimostra quel 10% di iscritti lombardi ai corsi per aspiranti giuristi o camici bianchi, contro una rappresentatività del 17% in termini di popolazione.

Opposta la situazione della Campania - e veniamo al secondo cluster - che ha l’8% di popolazione nella fascia 18-25 anni e il 16% di allievi di Giurisprudenza. Qui, come del resto in tutto il Mezzogiorno, il tasso di iscrizione è alto e si abbina a una fortissima vocazione alle discipline giuridiche. In più, le uscite verso le altre Regioni sono compensate da altrettanti ingressi. Una tendenza che Paleari definisce «history driven» e che risale alla tradizione di Napoli, ex capitale del Regno delle due Sicilie, e della sua Federico II.

Quello che i ricercatori chiamano «effetto Capitale» vale ancora oggi e lo testimoniano i dati del Lazio che fa gruppo a sé. Abbinando un’elevata propensione a iscriversi all’università (spalmata peraltro su tutte le discipline) al forte appeal verso gli studenti provenienti da altre regioni, in particolare meridionali. Un risultato che il coordinatore della ricerca attribuisce sia al ruolo giocato da Roma sia al fatto che le «università del Lazio sono tante e offrono risposte di varie natura, grazie al connubio pubblico-privato, con realtà come la Luiss e il Campus biomedico, oppure agli spin-off della Sapienza.

Arriviamo così al quarto e ultimo gruppo che vede riunite le aree del Mezzogiorno diverse dalla Campania. Ad accomunarle ci sono tre peculiarità: i loro giovani proseguono in massa gli studi dopo il diploma, optano spesso per le discipline giuridiche e per Medicina e hanno una ricorrente tendenza a spostarsi verso le regioni del Nord e del Lazio. Con un saldo tra input e output perennemente negativo come testimoniano il -70% della Basilicata, il -42 della Calabria, il -37 della Puglia e il -31 della Sicilia. A riprova che ha ragione la Svimez quando parla di fuga del capitale umano e Sud che si spopola.


© RIPRODUZIONE RISERVATA