Studenti e ricercatori

Da Pittsburgh a Palermo grazie alla super borsa Ue

di Eugenio Bruno

L’antefatto è noto: neanche la pandemia globale arresta la fuga di cervelli italiani. Lo dicono gli ultimi dati dell’European research center (Erc): su 327 vincitori dei “Consolidator grant” da 2 milioni ciascuno - riservati agli studiosi con almeno 7 anni di attività dopo il dottorato - 47 sono nostri connazionali ma solo in 17 proseguiranno i loro studi da noi. Risultato: pur essendo primi per nazionalità dei premiati diventiamo noni per numero di ricercatori ospitati. Ecco perché ogni rientro diventa un fatto. Figuriamoci se uno scienziato lascia Pittsburgh per Palermo.

Dal 2007 a oggi è la prima volta che il vincitore di un Consolidator grant sceglie il Sud per la sua attività. Antonio D’Amore, 43 anni, invece lo ha fatto. È un “cervello” di ritorno: laureatosi nel 2004 in Ingegneria meccanica a Palermo due settimane dopo è già all’estero. Prima in Inghilterra, all’Imperial college di Londra, dove prende la specialistica in Ingegneria biomedica; poi, nel 2008, al McGowan Institute for regenerative medicine di Pittsburgh, dove ottiene il dottorato di ricerca e approfondisce l’esperienza di ingegnere di tessuto. È lì che, nel 2011, viene selezionato dalla Fondazione Ri.Med per un programma post-doc oltreoceano. Diventando poi research assistant professor. Il suo pallino era ed è lo sviluppo biomateriali per la rigenerazione del tessuto cardiovascolare. «Mi interessa - racconta al Sole 24 ore del Lunedì - una medicina che non si limita a sostituire ma promuove la rigenerazione dei tessuti». Ed è la stessa missione che - 13 anni, 14 brevetti e una start-up (Neoolife) dopo - lo riporta in Italia.

Al di là delle motivazioni personali, alla base del suo rientro c’è la missione di Ri.Med: creare nel Sud Italia un cluster con un focus forte sulle biotecnologie. In questo solco s’inserisce il progetto “Biomitral”, che è valso allo studioso italiano la “super-borsa” dell’Erc e che «affronta il rigurgito mitralico funzionale ingegnerizzando l’apparato cordale e ricollegando il ventricolo sinistro con i lembi della valvola», così da crearne una «molto più vicina a quella nativa». Se D’Amore ha scelto di tornare non è tanto per il finanziamento ottenuto dall’Ue («che lo rende più facile», ammette) quanto per un mix di «visione pregressa, ruolo di scienziato e identità di italiano». A Palermo alcune infrastrutture già ci sono, come i laboratori allestiti nell’Aten center dell’università, altre arriveranno nel giro di due anni. In aggiunta alle risorse di Ri.Med e alla collaborazione con l’università di Pittsburgh in campo c’è anche l’Ismett. La logica è quella di creare una filiera di sviluppo in cui la ricerca di base e le scoperte scientifiche si tramutano in prodotti ad alto valore aggiunto sia per l’attività clinica sia per l’economia regionale. All’inizio D’Amore farà la spola tra la Sicilia e la Pennsylvania. Sperando di ripetere con i suoi «trainees» lo stesso percorso internazionale vissuto in prima persona. I 5 ricercatori già assunti (3 post-doc e due dottorandi) si sono formati in Italia e all’estero.

Oltre che un pizzico di orgoglio nazionale («Se sei italiano ci devi provare», dice) dalle sue parole trapela una profonda conoscenza del nostro sistema pubblico di ricerca e della politica che «non l’ha messa al primo posto». «Il Prin è piccolo, la ricerca finalizzata pure, i fondi regionali come il Pon o il Por non sono peer review, i fondi europei sono complessi. È chiaro allora che se le risorse sono poche la gente scalcia di più». Almeno su questo imparare dagli Usa non ci farebbe male: «Da loro doctor si usa solo per il medical doctor o il doctor in philosopy, da noi invece un po’ troppo spesso».


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