Pianeta atenei

Concorsi a rilento nelle università

di Eugenio Bruno

Stavolta la pandemia non c’entra. O perlomeno non del tutto. Se i concorsi nelle università non ripartono la colpa non è tanto dell’emergenza coronavirus come è successo invece nelle altre pubbliche amministrazioni. Quanto della farraginosità delle procedure di reclutamento dei prof universitari che restringono già in partenza i margini di manovra degli atenei statali. Al centro del sistema c’erano e restano i “punti organico” (Po): gli spazi di assunzione che ogni anno le accademie si vedono riconoscere in base a due parametri (spese di personale inferiori all’80% e indice di sostenibilità finanziaria sotto l’1). Appena qualche settimana fa il ministro Gaetano Manfredi ne ha assegnati oltre 1.900 ai suoi ex colleghi rettori. In un quadro complessivo che ne conta circa 4mila inutilizzati tra quelli assegnati negli anni precedenti.

La distribuzione dei punti organico

Il meccanismo è lo stesso da anni. Gli atenei con un rapporto spesa di personale/Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) almeno dell’80% (o con un indicatore di sostenibilità finanziaria inferiore a 1) possono sostituire il 50% del personale uscito nel 2019 mentre quelli al di sotto di tale soglia possono andare oltre con fondi propri. Ogni rettore si vede quindi assegnata annualmente dal “centro” una quantità di punti organico da usare per bandire localmente i nuovi concorsi. Fermo restando che un ordinario vale 1, un associato 0,7 e un ricercatore di tipo b) 0,5 eccetera la scelta è delle singole realtà universitarie. Chi non li usa, come dimostrano i 4mila punti inoptati appena citati, generalmente non ha cassa con cui retribuire i nuovi prof o con, oppure teme di sforare la soglia dell’80% delle spese di personale, che può portare al default, o ancora preferisce conservarli per il futuro.

In valore assoluto, il quadro 2020 è riassunto nel grafico in pagina. Con gli atenei più grandi che occupano le prime posizioni. Sul podio troviamo la Sapienza di Roma (146,4 punti organico), l’Alma Mater di Bologna (146) e la Federico II di Napoli (98,5); a seguire Milano Statale (86,5) e Torino (85,2). Mentre in percentuale la top5 si ribalta; in cima c’è la romana Foro Italico (+455%), poi le due università per stranieri di Perugia (+359%) e Siena (+257%) e subito dopo il Politecnico di Milano (+245%) e Bergamo (+237%). Numeri che hanno portato più di un commentatore a lanciare l’allarme sugli atenei meridionali penalizzati dalle scelte ministeriali e che invece sembrano prestarsi a una chiave di lettura diversa. Ad esempio: avere tanto personale e quindi tanti pensionamenti continua a essere decisivo; viceversa, vantare un alto rapporto studenti/docente pesa poco o nulla, come dimostrano i dati qui accanto. La stessa Bergamo o l’Orientale di Napoli, con un rapporto studenti/docente quasi doppio rispetto alla media nazionale di 29,9, occupano la parte destra della classifica per punti organico assegnati.

Le novità in arrivo

Le storture il ministro Manfredi le ha ben presenti. Non fosse altro che per essersi trovato dall’altra parte della barricata fino a 10 mesi fa. Ed è per questo che, nel decreto con i 220 punti organico stroardinari atteso entro ottobre, utilizzerà criteri diversi. In primis il rapporto studenti/docenti o i punti organico ricevuti ma non utilizzati. Nel precisare che «i punti organico rappresentano l’assumibilità e non le risorse per assumere», interpellato dal Sole 24Ore del Lunedì, l’ex presidente della Crui chiarisce: «Il massiccio investimento da parte del governo nei piani straordinari per ricercatori B e per professore associato la dotazione in punti organico non rappresenta per la maggior parte degli atenei un ostacolo all’assunzione di nuovo personale». Con annessa promessa a «continuare nella politica di investimento con risorse aggiuntive per potenziare il sistema universitario italiano». Nella legge di bilancio in arrivo il primo banco di prova.


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