Studenti e ricercatori

Università, il controesodo dei fuori sede: 1 su 5 torna a casa, quasi sempre per «colpa» del Covid

di REdazione Scuola

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Timore e incertezza: sono le due parole chiave che agitano il mondo dell'istruzione alla vigilia del (teorico) ritorno alla normalità. Gli universitari non fanno eccezione. Il virus, con i suoi effetti collaterali – in primis economici – ha mischiato le carte un po' a tutti. Portando a ripensare i programmi per l'immediato futuro. Almeno per quest'anno, ad esempio, si va assottigliando una delle rappresentanze più consistenti di universitari: i fuori sede. Non solo parecchi ragazzi rinunciano a immatricolarsi lontano dalla propria città. Ma tanti altri impostano il navigatore in direzione opposta, verso casa.

Secondo una ricerca del portale Skuola.net – che ha coinvolto circa 2.000 studenti che durante lo scorso anno accademico erano fuori sede – quasi 1 su 5 abbandonerà la città che l'ha ospitato sinora per fare ritorno nel luogo di residenza. Non pochi, sia in termini percentuali che assoluti. Soprattutto se pensiamo che gli studenti immatricolati in una regione diversa da quella di residenza lo scorso anno accademico ammontavano a circa 340.000 unità.

Questo, però, non vuol dire che si rinuncerà con la stessa facilità a inseguire il sogno di laurearsi nell'ateneo o nel corso di laurea preferito. La platea dei cervelli di ritorno, infatti, qui si divide: circa 2 su 3 effettivamente si iscriveranno in una sede universitaria più a portata di mano, chiudendo definitivamente col passato; i restanti 1 su 3 al contrario continueranno a essere formalmente iscritti nello stesso ateneo, pur proseguendo la carriera “a distanza”. Cosa accomuna i due emisferi? Le motivazioni del cambio di rotta: nella maggior parte dei casi c'è lo zampino del Covid-19.

Le difficoltà economiche in cui versa la famiglia in seguito al lockdown, che impediscono di garantire al figlio vitto e alloggio fuori da casa, la spinta maggiore per tornare: la mette in cima alla lista il 45% di quelli che si sposteranno definitivamente e il 32% di quelli che, almeno per il momento, continueranno a essere fuori sede solo sulla carta. Anche le difficoltà negli spostamenti che le misure di contenimento del virus hanno generato, però, sono temute da molti: la paura di rimanere bloccato distante dai propri cari per troppo tempo, specie se dovessero esserci nuove chiusure, è stata la molla decisiva per circa 1 su 10. Interessante notare che la campagna di incentivi messa in campo da alcuni atenei per attrarre nuovi iscritti dai territori circostanti non ha avuto un impatto così significativo: solo il 3% è stato “riportato a casa” grazie a queste politiche.

Mentre, tra chi ha mantenuto la 'matricola' nell'università in cui era iscritto lo scorso anno, quasi 1 su 4 ha scelto di tornare dopo aver fatto un bilancio della 'didattica a distanza' allestita dal suo ateneo negli ultimi mesi. I risultati sono stati buoni così e, visto che anche nel prossimo anno accademico si proseguirà con una formula “blended” (un po' in presenza e un po' online), ne ha approfittato per risparmiare sulle spese che inevitabilmente pesano sui fuori sede.

Qualcuno che rimane, comunque, c'è: sono circa l'80% dei fuori sede di vecchia data (a cui vanno aggiunte le matricole). Ma anche loro sembrano confusi. Basti pensare che, alla fine di agosto, più 1 su 2 ancora non ha un alloggio per il prossimo anno e, tra questi, circa la metà è indeciso su quale soluzione sia migliore (appartamento o stanza in una casa condivisa?). Le variabili da considerare sono molteplici, molte della quali ancora una volta ruotano attorno all'emergenza sanitaria: dall'opportunità di condividere spazi con degli sconosciuti alla crisi del mercato degli affitti.

Valutazioni che hanno fatto persino quelli che, apparentemente, sembrano avere le idee chiare: tra chi ha già provveduto alla sistemazione per settembre, il 15% ha cambiato casa. Cosa ha condizionato la loro scelta? In 6 casi su 10 è stato proprio il Covid-19: il 27%, per ovvi motivi, ha cercato un appartamento assieme ad amici fidati o parenti, il 20% ha approfittato delle maggiori offerte proposte dal mercato (vista la crisi) per 'allargarsi', il 13% ha puntato una casa da solo o con pochi coinquilini per avere meno gente possibile con cui dover entrare in contatto e limitare così le occasioni di contagio.

Partendo da queste premesse è facile immaginare perché, analizzando le scelte abitative dei “decisi” e confrontandole con quelle di dodici mesi fa, si assista a un vero e proprio boom per gli appartamenti interi e a una leggera flessione per le coabitazioni. A parte quelli che per motivi economici sono “costretti” alla convivenza, in generale la necessità di distanziamento sociale unita alle favorevoli condizioni di mercato ha fatto crescere il ricorso agli appartamenti del 70% rispetto a dodici mesi fa: il 27% infatti, ha puntato sulla casa da solo (nel 2019, di questi periodi, il dato si fermava al 16%); mentre le stanze in case condivise finora hanno attirato il 60% dell'utenza (un anno fa erano il 66%); dimezzato l'appeal di collegi e convitti (dal 10% al 5%), stabile quello degli studentati (8%).

I costi? Il 44% prevede di spendere tra i 200 e i 400 euro al mese, il 23% anche di più (tra i 400 e i 600 euro al mese), il 13% pensa addirittura che sforerà questo tetto, solo 1 su 5 crede di riuscire a contenere le uscite per l'affitto nei 200 euro mensili. Spese che, in quasi la metà dei casi (46%), saranno a carico esclusivo dei genitori; il 13%, al contrario, cercherà di lavorare per rendersi indipendente anche dal punto di vista economico; l'11% farà a metà con la famiglia, il 23% chiederà (oppure ha già) una borsa di studio.


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