Studenti e ricercatori

Competenze digitali in tutti i piani di studio delle università

di E. Bru.

l’Italia ha fame di Ict. Non solo per le carenze infrastrutturali che il lockdown e il passaggio forzato dalla didattica frontale alle lezioni online nelle scuole e nelle università hanno reso evidenti. Ma anche e soprattutto per l’assenza di competenze digitali adeguate nell’intera filiera formativa. E anche oltre, visto che già prima della crisi mancavano all’appello 5.100 laureati in Information and communications technology, pari al 35% delle esigenze sul mercato del lavoro.

In realtà - a sentire il ministro dell’Università Gaetano Manfredi – il problema è più generale. E generale deve essere la risposta: «Non abbiamo bisogno solo di super esperti di big data, di sicurezza informatica, di intelligenza artificiale. Servono avvocati, economisti, medici, filosofi con competenze digitali diffuse che possano apportare un contributo determinante in termini di rinnovamento alla modernizzazione del Paese e dei suoi modelli organizzativi». Da qui la sua proposta di aggiornare e contaminare tutti i corsi di studio, destinata a finire nero su bianco nella Strategia nazionale per le competenze digitali che la ministra dell’Innovazione, Paola Pisano, dovrebbe presentare in Consiglio dei ministri a fine mese.

Appena qualche settimana fa l’indice di digitalizzazione dell’economia e della società (il Desi Index 2020) ci ha ricordato come siamo messi. Ad esempio, sottolineando l’ultimo posto occupato dell'Italia alla voce capitale umano. Secondo Eurostat, infatti, solo il 42% dei nostri connazionali tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali almeno a livello base (contro il 58% della media Ue). Senza contare che solo l'1% dei laureati italiani ha un titolo in ambito Ict (peggior posizione nell’Unione) e che la percentuale di specialisti in Ict – sebbene sia aumentata nel tempo e abbia raggiunto il 3,6% dell’occupazione totale – è ancora lontana dalla media Ue (4,2%).

Alla Strategia nazionale a cui sta lavorando la ministra Pisano il compito di organizzare la risalita. Dei quattro assi di cui si compone il documento due sono stati messi a punto dai tecnici di Manfredi. Il primo (Istruzione e formazione superiore) insieme all’Istruzione; il secondo (Competenze specialistiche Ict) in tandem con lo Sviluppo economico. Oltre al rafforzamento del digitale (in primis come infrastrutture) a tutti i livelli dell’istruzione (magari partendo dall’introduzione del pensiero computazionale e del coding alle elementari), entrambi i capitoli insistono sulla modernizzazione delle competenze per provare a recuperare il gap perduto entro il 2025. Come spiega lo stesso Manfredi: «La pandemia ha evidenziato un dato di fatto di fronte al quale per troppo tempo le istituzioni sono rimaste immobili: gli studenti sono tutti nativi digitali. Vivono, studiano, parlano con un linguaggio che è diverso da quello con cui il mondo della formazione e dell’istruzione si rivolge a loro. Le istituzioni, le università, la formazione non possono non considerare, proprio per questo motivo, una riorganizzazione dei percorsi didattici da un lato, del rapporto tra docenti e studenti dall’altro».

Oltre all’utilizzo della didattica a distanza in maniera capillare e strutturale accanto a quella in presenza, l’ex rettore della Federico II lancia la proposta di inserire degli elementi digitali in tutti i corsi di studio. Quasi una rivoluzione copernicana in un Paese che ha appena iniziato a sperimentare la contaminazione delle lauree umanistiche con elementi scientifici (si veda Il Sole 24 Ore del 29 giugno).

È lo stesso documento governativo a ricordarci che la cultura informatica è assente dal 60% dei corsi di studio economico-aziendali e dal 70% di quelli umanistici. Indipendentemente dalle etichettature accademiche/disciplinari degli insegnamenti, pesando i contenuti, l’offerta di area informatica copre il 7% dei percorsi di matematica, fisica, statistica, il 3,4% di quelli economico-aziendali, il 10% di quelli delle comunicazioni digitali e il 2% di tutti gli altri corsi scientifici, umanistici e giuridici. Numeri che parlano da soli e che impongono un’inversione di rotta.


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