Studenti e ricercatori

Niente tasse fino a 20mila euro, sconti dal 10 all’80% fino a 30mila

La promessa manfrediana di ridurre le tasse universitarie a uno studente su due prende forma. In un decreto inviato alla Conferenza dei rettori (Crui) per il parere di rito il ministro dell’Università, Gaetano Manfredi, fissa i paletti per la distribuzione agli atenei dei 165 milioni stanziati dal decreto Rilancio con l’obiettivo espresso di contenere il calo della matricole che tutti si aspettano dal Covid-19. Due le linee principali di intervento: la no tax area sale da 13 a 20mila euro di Isee; da 20 a 30mila arriva uno sconto dal 10 all’80% a secondo del reddito familiare. E, restando sul tema del diritto allo studio, novità all’orizzonte sono attese anche sulle borse annuali. A cominciare dalla revisione dei criteri per la definizione di «fuorisede».

Giù le tasse universitarie

Attualmente per accedere alla no tax area uno studente deve possedere tre requisiti: se è una matricola, deve avere un indicatore della situazione economica equivalente (l’Isee appunto) inferiore a 13mila euro; se è iscritto agli anni successivi deve essere in regola con gli studi o al massimo essere fuori corso di un anno; se è al secondo anno avere almeno 10 crediti formativi (o 25 dal terzo in su). Di questi paletti il Dl modifica il primo elevando, come detto, la soglia dell’esenzione fino ai 20mila euro di Isee. Al finanziamento di questa misura sono destinati 50 dei 165 milioni previsti nel Dl Rilancio, che vengono adesso ripartiti tra gli atenei in base alla perdita di gettito standard della contribuzione studentesca subita nel l’anno accademico 2020/21 rispetto all’incasso atteso da tutti gli iscritti con Isee inferiore a 30mila euro.

Altri 65 milioni vengono utilizzati per ridurre le tasse al di sopra della no tax area. Grazie a uno sconto sul cosiddetto «contributo omnicomprensivo annuale» (a cui poi bisogna aggiungere l’imposta di bollo e la tassa regionale sul diritto allo studio, ndr) per la fascia di Isee 20-30mila euro. Tale riduzione parte parte dall’80% nella fascia 20-22mila euro, passa al 50% tra i 22 e i 24mila e al 30% tra i 24 e i 26mila, per arrivare al 10% nella fascia 28-30mila euro di Isee.

Con i restanti 50 milioni del plafond viene finanziato anche un terzo tipo di aiuto (eventualmente senza tetti di reddito), che saranno le singole università a determinare. Scegliendo tra le tre opzioni individuate dal Dm spedito alla Crui: innalzamento della no tax area oltre i 20mila euro oppure dello sconto previsto tra 20 e 30mila euro; esonero totale per i nuclei familiari particolarmente colpiti dalla crisi (da dichiarare con autocertificazione); esonero parziale per altre categorie di studenti.

Il trasferimento dei fondi è previsto in due tranche. La prima metà dipende dalle dichiarazione relative agli sconti totali o parziali inviate via web dagli atenei entro il 15 novembre 2020. La seconda invece dalle nuove comunicazioni trasmesse entro il 15 marzo 2021. Con la possibilità aggiuntiva di dirottare sui primi due interventi le risorse dedicate inizialmente al terzo tipo di aiuto e rimaste poi inutilizzate.

Più borse di studio

La manovra anti-emoraggia di matricole contenuta nel decreto Rilancio, in realtà, si regge su una seconda gamba: lo stanziamento di 40 milioni aggiuntivi sul Fondo integrativo statale (Fis) per le borse di studio. Sul punto un primo passo avanti c’è già stato e riguarda la fissazione dei nuovi criteri di riparto per il 2020/22 (che le regioni chiedono di portare all’85% sui fabbisogni finanziari e al 15% di quota premiale rispetto al 75-25 proposto dal ministero) con cui si punta a eliminare il fenomeno tutto italiano degli idonei senza borsa (oltre 8mila studenti secondo le ultime rilevazioni di Link coordinamento universitario. Un ulteriore aggiornamento potrebbe esserci a breve dopo la richiesta degli assessori regionali all’Istruzione di cambiare il parametro per il requisito di studente «fuorisede» (che dà diritto a un sussidio maggiorato)per l’anno accademico in corso e per il prossimo. Portando, causa pandemia, da dieci a quattro mesi la permanenza in un’altra città. Ma anche su questo l’ultima parola spetta al ministro dell’Università e al Dpcm del governo.


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