Pianeta atenei

Alla ricerca delle linee guida per la didattica a distanza nelle Afam

di Antonio Bisaccia*

Difficile prevedere quali possano essere le reali prospettive – oltre la lettera – del principio di compatibilità, certamente positivo, contenuto nel Dl del 18/2020, relativamente alle misure urgenti per la continuità delle attivitàformative delle università e delle istituzioni di Alta formazione artistica musicale e coreutica.
In un momento di emergenza collettiva come quello che stiamo tragicamente vivendo, le pregresse contraddizioni e le situazioni irrisolte si acutizzano rendendo ancor più evidenti le incongruenze ormai cristallizzate. Ma l'emergenza può, in alcuni casi, essere piegata verso un'azione catalizzatrice per tentare soluzioni inedite.
Scriveva Tommaso Landolfi, nel suo Dialogo dei Massimi Sistemi, che «(…) una lingua ricostruita su scarse iscrizioni non acquista consistenza se non quando si dimostri che su quelle iscrizioni era costruibile quella lingua e quella sola». Ma nel nostro caso su un complesso così esiguo di dati si potrebbero costruire o ricostruire non una, ma cento lingue.
Se un archeologo con volontà tassonomiche sulle politiche dell'istruzione, magari declinate verso il sistema Afam, arrivasse sulla terra fra qualche centinaio di anni potrebbe stupirsi di trovare, tra i reperti, lacerti sintomatici di curiose pratiche di disparità di trattamento all'interno della formazione terziaria. Cercherebbe di decifrare le deformazioni ottiche come l'anamorfosi del famoso articolo 33 della Costituzione, accorgendosi che quell'articolo in realtà era altro: un po' come succedeva a quell'inquietante “macchia” nel famoso quadro Ambasciatori di Hans Holbein che, spostando il punto di vista, diventava uno spaventoso teschio.


L'archeologo dovrebbe, appunto, costruire ipotesi su scarsissimi e scarnificati prelievi istologici delle norme rinvenute che lo lasceranno perplesso rispetto al prestigio che la storia ha regalato a queste istituzioni nei secoli.
Approfondendo il contesto in cui esse si muovevano troverebbe un lunghissimo periodo di annunciazioni riformiste disattese, di manifestazioni di interesse in odore di sterile retorica, di falliti tentativi del pensiero organizzativo, di categorie estetiche asfaltate da politiche sorde e cieche, e di riferimenti dialettici sull'orlo dello zero assoluto e della decalcificazione teorica.
E troverebbe, altresì, esempi di ciclopica, paludata e tirannica burocrazia difensiva. Insidiosa malattia, quest'ultima, che colpisce il corpo di molte amministrazioni pubbliche, di molti ministeri e di tanti enti e agenzie strumentali. Fino ad arrivare a punte grandissime, ma non elevate, di “politica difensiva”, ovvero quella politica cha abdica il suo dovere-potere decisionale in favore di uno strisciante e immobile politichese di massa gravido di vuoto: che, oltretutto, trova una buona palude, di natura pari alle sabbie mobili, tra le parti di alcuni sindacati, di alcuni funzionari, e financo – a volte – tra le parti della stessa confusa governance di queste istituzioni.


A chiare lettere, con groviglio.
Il comma 7 dell'articolo 101 del Dl del 17 marzo 2020 traccia, nella sua semplicità espositiva, una linea dalla quale non si può tornare indietro: ovvero, le disposizioni relative all'università, in materia di didattica a distanza, sono “compatibili” con la natura delle istituzioni Afam. Questo principio regolativo pone però dei problemi strutturali e applicativi che necessiterebbe di chiarimenti e necessari approfondimenti – che vanno al di là dell'emergenza – da parte del ministero.
Infatti, ad esempio, relativamente alle modalità organizzative della didattica a distanza e ai principi guida che si dovrebbero attivare – al fine di regolarne la funzionalità in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale – non crediamo sia applicabile tout-court e immediatamente quanto già previsto per l'università – nelle linee guida Anvur – in tempi non emergenziali.
Questo perché nella piena fase emergenziale dell'organizzazione della didattica alternativa a quella in presenza (che definirei titanica e rocambolesca, vista l'assenza di risorse dedicate) è difficile occuparsi, in maniera organica, di individuare – in tempi brevi e con una certa precisione e opportunità – modalità subito applicabili relative all'estensione del suddetto principio di compatibilità.


Il sistema Afam è stato ed è tuttora interessato da un'estesa riforma, avviata dalla legge 508/99, con la quale si è chiesto alle istituzioni di rispondere a nuovi obiettivi di qualità ed efficienza.
La norma citata qualifica espressamente le accademie di belle arti, i conservatori di musica, l'accademia nazionale di danza, l'accademia nazionale di arte drammatica e gli Isia quali «istituti di alta cultura cui l'articolo 33 della Costituzione riconosce il diritto di darsi ordinamenti autonomi». Risulta, nel panorama nazionale, un'assoluta novità della medesima legge il riconoscimento dell'autonomia statutaria, scientifica e contabile, oltre che, come logico corollario, l'eliminazione degli stretti poteri di vigilanza del ministero che certamente non possono poi riproporsi in altra forma o veste. Tuttavia, i commi 7 e 8 dell'articolo 2, legge 508 del 1999 rinviano l'attuazione concreta di tale autonomia (statutaria, didattica, scientifica, amministrativa, finanziaria e contabile) ad uno o più regolamenti cui è rimessa la determinazione in concreto del grado di autonomia del quale sono investite le istituzioni.


A distanza di oltre venti anni le norme necessarie a realizzare il disegno di riforma della legge 508/99 non sono state tutte adottate. Solo il completamento del percorso della riforma potrà consentire un bilancio complessivo. Il moltiplicarsi di note, circolari ed emendamenti vari – inseriti qui e là per tentare di risolvere problemi senza visione organica – dimostra, invece, l'assenza di quella sequenzialità o contestualità immaginata originariamente dal legislatore e necessaria a garantire effettività alle stesse innovazioni e stabilità delle istituzioni.


Dalla legge 508/1999, ha detto il Tar Lazio con la recentissima decisione 1500 del 2019, discende una serie di indici sintomatici di una “piena equiparazione” delle accademie di Belle arti, e Afam in generale, alle università.


In particolare, la decisione del Tar le riconosce quali istituzioni di cultura di cui all'art icolo 33 della Costituzione e le individua quali sedi primarie di alta formazione, specializzazione e di ricerca nel settore artistico e musicale svolgendo correlate attività di produzione; riconosce loro, al pari delle Università, autonomia «statuaria, didattica, scientifica, amministrativa, finanziaria e contabile»; quanto all'offerta formativa le abilita al rilascio di «specifici diplomi accademici di I e II livello nonché di perfezionamento, di specializzazione e di formazione alla ricerca in campo artistico e musicale»; sancisce l'equipollenza «tra i titoli di studio rilasciati ai sensi della presente legge e i titoli di studio universitari per l'accesso al pubblico impiego».


Nonostante questa fondamentale affermazione di principio, ormai ampiamente diffusa in giurisprudenza, il sistema Afam risulta regolato da un grumo complesso di norme stratificatesi nel tempo, la cui interpretazione è affidata alla non sempre facile verifica della loro compatibilità con il carattere eterogeneo dei corsi “insegnati” nelle istituzioni Afam, il cui tratto unificante è rappresentato dal dato comune della “formazione artistica”.
Un oggetto che resta oscuro e sfuggente per il legislatore.


Nel labirinto, tra linee guida in cerca d'autore
Per venire al punto di difficoltà in parola, le “Linee guida per l'accreditamento iniziale dei corsi di studio telematici da parte delle commissioni di esperti della valutazione ai sensi dell'articolo. 4, comma 4 del Dm 47 del 30 gennaio 2013” appaiono nominalmente e in prima battuta rivolte a disciplinare le sole attività erogate dalle università.


Anche se riferite, in realtà, all'accreditamento dei corsi di studio “telematici”, esse contengono principi interessanti che necessitano di una riflessione e un approfondimento.
E ci riferiamo a quanto previsto dall'Anvur che in un glossario, all'interno di linee guida sul tema, distingue le attività in didattica erogativa (De) e didattica interattiva (Di). Per rendere rendicontabile codesto tipo di didattica, inoltre, esplicita in modo serrato un preciso elenco delle attività stesse: per la De «registrazioni audio-video, lezioni in web conference, courseware prestrutturati o varianti assimilabili»; per la Di ancora un'articolazione più serrata: «Interventi didattici rivolti da parte del docente/tutor all'intera classe (o a un suo sottogruppo), tipicamente sotto forma di dimostrazioni o spiegazioni aggiuntive presenti in faqs, mailing list o web forum, e interventi brevi effettuati dai corsisti in ambienti di discussione o di collaborazione come web forum, blog, wiki». E, inoltre, sono comprese quelle che vengono definite «e-tivity strutturate (individuali o collaborative), sotto forma tipicamente di report, esercizio, studio di caso, problem solving, web quest, progetto, produzione di artefatto (o varianti assimilabili), effettuati dai corsisti, con relativo feedback», e anche quelle forme di valutazione formativa che hanno il carattere distintivo di questionari e test in itinere.
Sarà importante, inoltre, costruire linee guida omogenee sulle modalità di svolgimento delle prove d'esame e sulle sedute delle “lauree” Afam, sempre nell'alveo del principio di autonomia delle istituzioni.


La clausola di “compatibilità” contenuta nell'articolo della norma prima citata soffre, comunque, oltre che di scarsa tassonomia di una disposizione, essendo lasciato all'interprete di dare “forma all'acqua” (scrive Carofiglio che “una buona metafora…può illuminare un concetto altrimenti troppo oscuro; può sciogliere un problema intricato; può svelare un aspetto decisivo, e fino a quel momento trascurato, di una questione importante”), del paradosso che da un ventennio affligge il sistema normativo dell'Alta formazione artistica. E cioè l'essere beneficiario (esso sistema Afam), proprio nel momento dell'affermazione del principio di autonomia, di una “regolazione” per risulta, per ritaglio o, nel migliore dei casi, per gemmazione della disciplina del sistema universitario. Un sistema peraltro che, a seguito dell'attuazione della legge 240/2010, ha visto dipanarsi sotto i nostri occhi un rinnovato, se non esasperato – a volte – protagonismo delle agenzie specializzate che si è espresso in una regolazione financo minuta della vita degli atenei.


In questa fase delicatissima e intricata è ovviamente prioritario e urgente erogare la didattica, seppure con tutte le difficoltà ed incertezze del caso, e solo dopo, a fase avviata, sarà necessario attivare un confronto per definire come articolare nelle Afam le modalità di rendicontazione della stessa, consentendo comunque alle istituzioni di esercitare la loro nominale autonomia.


In tal senso sarà necessario un intervento chiarificatore da parte della superiore autorità ministeriale dovuto all'incertezza, costantemente immanente, cui è esposto il settore.


Indeterminatezza
L'articolo 2, comma 7, della legge 508/99, prevede che con uno o più regolamenti emanati ai sensi dell'articolo 17, comma 2, della legge 400/1988, “su proposta del ministro dell'università e della ricerca scientifica e tecnologica di concerto con il ministro della Pubblica istruzione, sentiti il Cnam e le competenti commissioni parlamentari” (le quali si esprimono dopo l'acquisizione degli altri pareri previsti per legge) sono disciplinati, tra gli altri: “(a) i requisiti di qualificazione didattica, scientifica e artistica delle istituzioni e dei docenti; (g) le procedure, i tempi e le modalità per la programmazione, il riequilibrio e lo sviluppo dell'offerta didattica nel settore; (h) i criteri generali per l'istituzione e l'attivazione dei corsi, ivi compresi quelli di cui all'art. 4, comma 3, per gli ordinamenti didattici e per la programmazione degli accessi; (i) la valutazione dell'attività delle istituzioni di cui all'art. 1”.
I requisiti di qualificazione della docenza, come noto, sono fissati per legge. Il regolamento sul reclutamento Afam (per adesso sospeso per via della legge 12/2020 e applicabile dall'anno accademico 2021/2022), comunque, avrebbe dovuto presupporre – per l'accesso al concorso di sede – di una qualificazione a “monte”, ovvero di una Abilitazione Artistica Nazionale, del docente aspirante all'assunzione nei ruoli dello Stato. Ma così non è stato.
L'introduzione di regole eterogenee e molto spurie, che peraltro dovrebbero passare – come si diceva – per l'acquisizione di un parere del Cnam (organo rappresentativo del sistema a base democratica e specialistica, ad oggi inspiegabilmente ancora non ricostituito) del Consiglio di Stato e delle commissioni parlamentari, che presuppongono un giudizio valutativo relativo all'attivazione di corsi di studio e insieme alla programmazione del sistema e alla valutazione delle attività delle Istituzioni, determina sempre crescenti incertezze ed erode manifestamente i margini di autonomia e di elasticità (intesa come capacità di adattamento al mutare delle esigenze didattiche) entro i quali operano (e hanno operato finora) le Istituzioni dell'Alta formazione artistica e musicale.


Occorre evitare, in altri termini e stando attenti, che si innesti sulla riforma della legge n. 508/99, attraverso le pieghe delle oramai remote deleghe di delegificazione dell'articolo 2, una logica del tutto contraria ed estranea allo spirito di quella iniziativa legislativa primigenia. Iniziativa declinata nei termini della promozione dell'attività delle Afam nel prisma dell'Autonomia, evitando che si innesti sopra tale riforma la logica sottesa ai provvedimenti attuativi della legge “Gelmini”, la legge 240/2010 per le università, negli aspetti sperimentati come fallimentari per queste ultime. Il contenzioso sul nuovo reclutamento universitario, ad esempio, è immane, così come sono criticamente discussi gli “effetti re-distributivi” delle risorse susseguenti agli esercizi di valutazione della qualità della ricerca – sempre che questa sia “scientificamente” ed “oggettivamente” misurabile.
Detto questo, indeterminate clausole di “compatibilità” di regolazione del sistema Afam rispetto al sistema universitario, benché estemporanee e transeunte – siccome dettate in un periodo di legislazione emergenziale – appaiono negare, in radice, i principi d'autonomia di cui si è detto: se non altro nel momento in cui affermano essere, il “sistema universitario”, il “prototipo normativo” del sistema dell'Alta formazione artistica.


Ovvero, non bisogna cadere nel paradosso di J.L. Borges relativo alla Mappa dell'impero in scala 1:1 (“I Collegi dei Cartografi fecero una Mappa dell'Impero che aveva l'Immensità dell'Impero e coincideva perfettamente con esso”).
Anche perché, come annotava Umberto Eco, “Ogni mappa uno a uno riproduce il territorio sempre infedelmente”.


Precipitato centralista e dialogo
«Non è possibile pensare con chiarezza se non si è capaci di parlare e scrivere con chiarezza» scrive il filosofo John Searle, teorico del rapporto tra linguaggio e realtà sociali e istituzionali. Insegnamento che, nel campo della regolazione dell'Alta formazione artistica, dovrebbe assurgere a precetto vincolante.
La determinazione delle regole in base alle quali disciplinare in concreto l'attività didattica (soprattutto, oggi, a distanza), fatta salva l'autonomia delle istituzioni, e valutare la ricerca artistica presupporrebbe la partecipazione delle istituzioni Afam alla definizione dei criteri e dei parametri della valutazione stessa. Senza che possa affermarsi univocamente – e per precipitato centralista – un rapporto verticale con l'autorità ministeriale o con le sue agenzie specializzate, cui sarebbe rimesso anche il «potere» di scegliere chi riconoscere, a questi effetti, come interlocutore nonché definire condizioni e modalità dell'interazione.
Alla luce di quanto premesso riteniamo che occorra un intervento chiarificatore del Mur, attento, a mio avviso, a qualificare i provvedimenti “lato sensu” regolatori in materia di didattica a distanza in ambito artistico come semplici raccomandazioni non vincolanti, sempre che vi siano risorse pubbliche utilizzabili per tale finalità.


Il governo del sistema dell'Afam richiede soprattutto di non affidarsi a soluzioni impropriamente uniformanti, a elevato impatto regolatorio (soprattutto se calato acriticamente, o – peggio – dogmaticamente dall'alto). Appare peraltro paradossale sottoporre un settore segnato da tanti e tali elementi di incertezza, quale quello dell'Afam, allo “stress test” di una permanente instabilità di disciplina ed esposizione a “voti” o “pagelle” in ottica non immediatamente funzionale alla crescita e al sostegno del sistema. La valutazione può essere funzionale allo sviluppo del sistema solo se accompagnata da principi – ex ante – in grado di muoverlo verso obiettivi precisi e programmabili.


Viene da chiedersi allora “cui prodest”, a chi sia utile l'attuale e confusionale stato delle cose.
E, soprattutto, ci si chiede come mai il pericoloso punto di stallo, ormai ampiamente raggiunto dopo anni di disattenzione strutturale, non intercetti utili strategie in grado di impedire lo schianto di questo settore della formazione terziaria.
Occorre un ministero che si appropri pienamente di una funzione “minima”, cioè leggera ed elastica, ma “piena”, di indirizzo, coordinamento, programmazione e promozione del Sistema perché anche la valutazione, il proprium di Anvur in materia AFAM, possa, quando verranno adottati tutti i regolamenti previsti dalla legge n. 508/99, svolgere la propria funzione naturale consistente nella produzione di elementi conoscitivi e valutativi per la definizione delle politiche pubbliche dell'istruzione e null'altro.


I fili sono necessari, come la visione
E tutto questo senza inciampare nel filo di un controllo meramente statistico.
Lo stesso archeologo di cui sopra, trovando fra cento anni il quadro appena narrato, penserà che l'attuale situazione del sistema Afam (oro che ora non luccica) è stato forse un ibrido concepito da una strana accoppiata tra “Pensiero PowerPoint. Il programma che ci rende stupidi”, come da omonimo volume di Franck Frommer, in cui i problemi sono ridotti a meri e schematizzati elenchi puntati (irrisolti), e pensiero wi-fi nel senso descritto da Alain Mabanckou, che denuncia una sorta di religione del “senza fili”: «(…) non utilizzeremo più espressioni antiquate come ‘parlare con qualcuno all'altro capo del filo', ‘seguire il filo dei pensieri dell'interlocutore', ‘dare filo da torcere', ‘essere appesi a un filo'. (…) Ma cosa accade se formuliamo queste espressioni aggiungendo la preposizione ‘senza'? Ecco qua: ‘parlare con qualcuno all'altro capo del senzafilo', seguire il senzafilo dei pensieri dell'interlocutore', ‘dare senzafilo da torcere', ‘essere appesi a un senzafilo'».
Abbiamo invece, aggiunge lo scrittore congolese, necessità di fili (come sarebbe uscito dal labirinto Teseo se Arianna non le avesse dato il filo?), di connessioni, di tramandi, di tempo lineare e di tessiture chiare e ben contestualizzate.


E di qualcuno che comprenda la necessità di legare a doppio filo – pur nelle genetiche differenze – Afam e istituzioni terziarie della formazione (facendo salve le dovute e preziose peculiarità storicamente consolidate) prima che queste importanti e storiche istituzioni vengano ridotte a un filo. Lavoro per tutti noi e per il ministro Manfredi, che saprà – sicuramente – prestare attenzione al senzafilo o, meglio, al filo del nostro discorso.


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