Studenti e ricercatori

Alta formazione artistica, musicale e coreutica: il sistema in un limbo «a credito»

di Antonio Bisaccia*

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Caro ministro Manfredi, in un interessante volume di Gianfranco Viesti, “La laurea negata” (2018), si afferma: «Un'intera generazione di giovani studiosi e ricercatori ha trovato chiuse le porte della carriera universitaria. L'Italia si è così privata del contributo di nuovi brillanti studiosi». Con quest'affermazione Viesti dà la stura a tutta una serie di malattie croniche che affliggono ancor oggi il mondo della formazione terziaria, all'interno della quale è collocata anche l'Alta formazione artistica, musicale e coreutica. Il problema investe in modo ancora più drammatico e drastico i giovani artisti e studiosi delle discipline artistiche che, di contro, non hanno un sistema di riferimento che li possa accogliere (non dottorati, né assegni di ricerca, né fondi per la ricerca).


Viesti fa risalire l'incipit delle «politiche contro l'istruzione universitaria» al 2008, quando si cominciò a ridurre la spesa pubblica per l'Università dell'8%, mentre in Germania, ad esempio, si registra un più 42%.
Questo declivio economico, la cui inclinazione è arrivata a livelli di guardia, trascina anche la legge 508/99 che era stata salutata come la legge che, dando un nuovo assetto al sistema dell'Alta formazione artistica del nostro paese avrebbe celebrato l'articolo 33 della Costituzione, mettendo finalmente sullo stesso piano ¬– anche se inclinato – le istituzioni Afam e le Università. Successivamente (dopo la Legge 268 del 22 novembre 2002 e dopo il Dpr 132/2003) il ministro Moratti con il Dpr 212/2005, ha normato, in analogia con quanto avvenuto per l'Università con il Dm 509/1999, la definizione degli ordinamenti didattici nazionali e dei regolamenti didattici delle singole istituzioni, confermando i principi di autonomia definiti dalle norme di settore aderenti a ciò che è previsto per il settore della formazione terziaria anche in Europa.


L'equipollenza “cosmetica”
A questo ha fatto seguito – più o meno – un sostanziale vuoto legislativo sui veri problemi strutturali delle istituzioni Afam: vuoto imbarazzante e incomprensibile.
Nell'ottica di un'equipollenza dei soli titoli si è mossa La legge di Stabilità del 2013 (228/2012), quando ha dato vita alla cosiddetta equipollenza dei titoli Afam con i titoli di studio universitari che è sintetizzata in uno schema.
A titolo esemplificativo, i diplomi di I° livello delle Accademie di Belle arti sono da allora equipollenti alla laurea appartenente alla classe di laurea L3: Discipline delle arti figurative, della musica, dello spettacolo e della moda (cioè il Dams).

Stessa cosa per i diplomi accademici di II° livello: Scuola di ''Progettazione artistica per l'impresa'' equipollente alla Classe LM-12 (Design); Scuole di ''Scenografia'' e di ''Nuove tecnologie dell'arte'' equipollente alla Classe LM-65 (Scienze dello spettacolo e produzione multimediale); tutte le altre scuole, Pittura, Scultura, Grafica, Decorazione, Didattica dell'Arte, equipollenti alla Classe LM-89 (Storia dell'arte).

Questa equipollenza – che definirei “cosmetica” – è stata, in parte, una sorta di anestetico ad ampio raggio d'azione, ma non ha smosso di un centimetro l'orizzonte di un'equiparazione compiuta e matura tra Afam e Università, soprattutto in un'ottica di piena integrazione come avviene in molti paesi europei e non. Intendo dire che non si è visto, neanche come miraggio, un progetto che mettesse in fila, ad esempio, i principi che muovono la legge 240/2010 riguardante l'organizzazione delle Università, eliminandone ovviamente i difetti.
Principi che dovrebbero contenere anche una riformulazione della governance e della sua articolazione all'interno delle Afam, la razionalizzazione dell'offerta formativa, la possibilità di federazione o fusione delle istituzioni, l'istituzione di un fondo per il merito, la valorizzazione della qualità ed efficienza, la riforma della disciplina obsoleta relativa a contabilità e finanza, l'introduzione di una nuova disciplina per l'accreditamento sedi, l'urgentissima revisione dello stato giuridico della docenza (includendo la possibilità di prevedere posti di ricercatori a tempo pieno), compreso un nuovo sistema di norme in materia di mobilità, la revisione del trattamento economico e l'istituzione di un fondo premiale, l'istituzione dell'Abilitazione artistica nazionale come si conviene a un serio sistema di reclutamento.


Dottori in doglianze
Proprio su questo ultimo punto, recentemente è stato prodotto il Dpr 143 del 7 agosto 2019. Dpr sul reclutamento che tutti gli operatori del settore (dai docenti ai direttori, dai sindacati agli studenti, dalle commissioni parlamentari preposte di Camera e Senato fino –presumo – allo stesso ex ministro Fioramonti che l'ha firmato…) considerano un pessimo regolamento con forti elementi di inapplicabilità e sostenibilità. E su cui una pletora di avvocati sta affilando le armi per impugnarlo sotto plurimi profili.

Detto questo, in realtà, senza tutta una serie di correttivi strutturali le Afam non potranno svolgere proficuamente quel ruolo che la storia ha affidato loro, a causa dell'imperfezione, e forse anche imperizia, delle normative di settore: dal Regio decreto del del 1923 al vuoto contenitore, mai riempito concretamente, della legge 508/99.

Confesso, caro ministro, che questo tema non solo non ha ancora trovato una risposta esaustiva, ma non è nemmeno stato raggiunto da una giusta attenzione. E per attenzione intendo non quella dell'ascolto retorico, ma quella degli atti concreti e tangibili che poi hanno un reale effetto sulla nostra popolazione studentesca.

C'è un elenco di doglianze che aspettano non solo di essere sciolte ma di essere prese in seria considerazione da una classe politica a tratti incomprensibilmente ostile e spesso assente.
Agli studenti Afam, da sempre al centro del sistema, non è data la possibilità di seguire i previsti (sulla carta) corsi di formazione alla ricerca e/o fruire di assegni di ricerca all'interno delle stesse istituzioni, che di fatto a tutt'oggi non possono istituirne.
Le istituzioni Afam, inoltre, non possono accedere ai progetti di ricerca d'interesse nazionale e di fatto i bandi preposti non prevedono nulla per le stesse.

Poi c'è la vexata quaestio del rapporto d'impiego contrattualizzato dei docenti Afam che non può essere, per via amministrativa, assimilato a quello decontrattualizzato dei docenti universitari (personale in regime di natura pubblicistica). In tal senso è necessaria una norma urgente che ponga fine a questa reale e profondamente ingiusta disparità di trattamento.

A conferma di ciò viene in soccorso la recente ordinanza della Cassazione (303/2020) del 10 gennaio 2020 che, sulla base della «vigente normativa», non riconosce detta disparità. Implicitamente affermando che è possibile modificare questo stato solo per via legislativa.
Bisogna, inoltre, superare lo stallo – ormai non più sostenibile – dell'organico nell'Afam: da più di venticinque anni gli organici sono bloccati, a fronte di un aumento esponenziale delle iscrizioni e di un gradimento certificato da parte dell'utenza internazionale.
Più del 40% delle discipline sono affidate a docenti a contratto: una percentuale non solo inaccettabile ma insostenibile.

C'è poi la questione della docenza di seconda fascia che è arrivata a livelli di guardia “sociale” non più sopportabile (vedasi, ad esempio, la questione delle controverse, attuali e già impugnate elezioni del direttore presso l'Accademia di Belle arti di Roma). È necessaria una norma seria che permetta di sbloccare le carriere di questi docenti, che da tempo immemore non hanno possibilità di partecipare a concorsi per passare alla prima fascia; e non basta il recente accantonamento di “una quota pari al 10 per cento del budget assunzionale”.

Le risorse dedicate all'edilizia e – dunque – anche per la messa in sicurezza delle sedi sono insufficienti; anche se lo scorso anno sono partiti i contributi e i mutui (D.M. MEF-MIUR n. 57864 del 6 aprile 2018). Contributi che sono, in alcuni casi, stati assegnati in modo non perfettamente aderente alla natura e alla ratio dei bandi citati. In tal senso, ad esempio, risulta davvero penalizzante per le Istituzioni medio-piccole uno dei criteri utilizzati, ovvero il criterio della premialità riservata al mero numero maggiore di allievi. Le strutture frequentate da un numero inferiore di allievi non possono rimanere fuori norma solo perché ci sono, fisiologicamente, meno iscritti. Tutti gli studenti hanno il medesimo diritto alla sicurezza, siano essi appartenenti a strutture che hanno 5.000 iscritti oppure 50.

Pars construens
Ritengo a questo punto, caro ministro Manfredi, necessario ridiscutere la macrostruttura dell'assetto generale di queste istituzioni perché il sistema non solo non funziona come dovrebbe, ma è destinato a un lento, doloroso e fragoroso disfacimento.
Secondo una visione che da più parti emerge, le strade da percorrere potrebbero essere almeno due (giuridicamente alternative l'una all'altra).

La prima sarebbe quella di emanare un decreto-legge (o altro strumento normativo idoneo) che sancisca l'auspicabile e graduale passaggio nel sistema universitario: con la garanzia di conservazione delle specificità storiche e la garanzia di salvaguardare – in modo completo – l'autonomia delle Afam (cosa peraltro prevista in diversi Ddl passati, finiti al macero). Tale articolata confluenza sarebbe congrua alla situazione vigente nella stragrande maggioranza dei paesi europei e nel resto del mondo, dove esistono le Facoltà di Belle Arti all'interno delle Università, ponendo fine a questa schiacciante disparità di trattamento nei confronti delle Afam.

La seconda, quella di emanare una norma che riformi la 508/99 nella direzione di una vera autonomia delle Afam prevedendo, ad esempio, anche un sistema di reale finanziamento delle sedi alla maniera dell'Ffo delle Università (fondo di finanziamento ordinario, con la sua “quota base” e la sua “quota di riequilibrio”, così come previsto dalle norme di settore), pur mantenendo un assetto giuridico separato dalle stesse. O almeno che si concluda il suo processo autonomistico elaborando magari un Testo unico che metta in ordine l'esistente e imprima un netto passo innovativo.

È chiaro che si tratta di due posizioni antitetiche che hanno luci ed ombre, lati positivi e negativi. Ma è necessario interrogare la politica e il governo su cosa vuole fare di queste istituzioni.

Da anni, come abbiamo appurato, in ogni sede opportuna e anche in Parlamento, si discute sulla necessità di portare a termine la «valorizzazione del sistema dell'alta formazione artistica».

Non possiamo, allora, non constatare che la riproposizione di tale intenzione sia segno più che manifesto della necessità, a parole condivisa da quasi tutte le forze politiche, di portare a compimento la citata “valorizzazione”.

L'ex ministro Fioramonti, dopo tanti anni, ha acceso i riflettori sul settore mettendo in piedi, lo scorso anno, gli Stati generali dell'Afam. Si auspica che dagli Stati generali si possa passare agli Stati specifici delle misure da prendere e delle norme da adottare.
Le nostre sono istituzioni pari grado rispetto all'Università, ma senza un corpus organico di strumenti normativi che sanciscano sotto ogni profilo la reale efficacia di tale principio.

Il sistema Afam, a fronte di una crescita esponenziale della sua capacità di attrazione – anche estera – è mortificato dall'inadeguatezza di una riflessione strutturale che ha funzionato – fino ad ora – come un reiterato e netto taglio di potenzialità.
Questo lo sviluppo cui miriamo come una reale necessità che guarda all'arte come fondamentale motore dell'economia e della cultura di un territorio.

«Il mondo è cartaceo e lo sfiora un gran fuoco» scriveva il grande Giorgio Manganelli.
Ecco, prima che il gran fuoco investa apocalitticamente il «mondo cartaceo» della formazione artistica e musicale italiana, non possiamo che indicare la strada affinché – come recita la Lettera di Giacomo – possiamo finalmente essere «Esecutori della parola e non uditori soltanto».

Di solito ci accorgiamo della presenza e dell'importanza dell'aria solo quando questa ci manca, quando ci manca il respiro: ecco, speriamo di accorgerci della presenza e dell'importanza dell'Alta formazione artistica e musicale prima che questa venga risucchiata da un'implosione repentina ma annunciata da tempo, date le politiche asfittiche, scarne e controproducenti fino ad ora messe in campo.

L'equipollenza concessa nel 2012 è solo una sorta di epifania di superficie di un mondo, sommerso ma attivo, parallelo all'Università, che attende la possibilità di manifestarsi come settore strategico non solo per la cultura ma anche per l'economia.
Non abbiamo, però, bisogno di fittizie rivoluzioni mentre l'arte e gli artisti – per parafrasare Gesualdo Bufalino – adulano i minuti con la cosmesi dell'immaginario.
Proprio quei minuti – o secoli – che ci separano da quella che, al momento, sembra una lontanissima svolta epocale.

Ma la prima svolta, caro ministro Manfredi, è proprio quella di prendere coscienza di questi problemi: e di questo farne qualcosa. Per le istituzioni dell'Alta formazione artistica, musicale e coreutica e, quindi, per il Paese.

* Presidente della Conferenza nazionale dei direttori delle Accademie di Belle arti e Accademia nazionale di arte drammatica


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