Studenti e ricercatori

Incognite sul sorteggio di chi dovrà valutare

di Alessandro Schiesaro

Si è avviato con la pubblicazione del decreto ministeriale il terzo ciclo di Valutazione della qualità della ricerca (Vqr), relativo questa volta al quinquennio 2015-2019. L’importanza dell’esercizio è tangibile, perché una quota ampia e crescente dei fondi statali assegnati alle università, circa 1,5 miliardi nel 2019, viene oggi ripartita proprio sulla base dei risultati della Vqr.

Il decreto contiene numerose novità rispetto ai due cicli precedenti. Merita di essere segnalata la netta presa di posizione a favore dell’accesso aperto dei prodotti della ricerca, che arriva a molti anni dall’adesione anche da parte dell’Italia al principio dell’open access. Il principio è condivisibile, e non si tratta comunque di una condizione assoluta per la partecipazione (condizione è piuttosto la disponibilità su depositi di ateneo e altri servizi consimili, come hanno spiegato Paolo Miccoli e Daniele Checchi sul Sole 24 Ore del 29 novembre). Per il futuro è opportuno un chiarimento a priori, perché fino a quando l’open access non sarà norma universale si rischia di escludere dalla valutazione articoli apparsi in prestigiose sedi internazionali non open, e quindi di scoraggiare gli studiosi dal pubblicarli. Altrettanto significativa è la costituzione di un apposito panel interdisciplinare incaricato di valutare la cosiddetta terza missione. Se per molti enti di ricerca questa costituisce un compito chiave, per le università il rischio è che uno sbilanciamento a suo favore incida negativamente sulla ricerca “a cielo aperto”.

Lo sbilanciamento è reso concretamente possibile dal fatto che questo bando, al contrario dei precedenti, omette di determinare due elementi fondamentali, lasciando così al decisore politico ampi margini di discrezione, e quindi potenzialmente di arbitrio, a valle dei risultati. La Vqr si articola infatti in quattro filoni distinti: la valutazione dei “prodotti della ricerca” (in massima parte pubblicazioni); quella della ricerca svolta dal personale neoassunto o neopromosso, un incentivo a far prevalere il merito nei concorsi; la terza missione; e infine la qualità dei programmi di dottorato. Ora, mentre il bando della Vqr 2014 precisava l’incidenza di ciascuna categoria rispetto alla valutazione complessiva (la prima, per esempio, valeva per il 75%), il nuovo bando tace del tutto in proposito. Sarà quindi possibile decidere a posteriori quanto peso attribuire a ciascuna attività, ma sarà anche possibile variarlo di anno in anno, introducendo nella formula che presiede alla distribuzione dei fondi basata sulla Vqr un forte elemento di aleatorietà.

Effetti simili potrà avere la mancata specificazione del peso relativo attribuito ai cinque possibili livelli di qualità secondo i quali viene classificato ciascun “prodotto della ricerca”, e cumulativamente ciascun dipartimento e istituzione, dalla rilevanza “eccezionale” (classe A) a quella “scarsa” (classe E). In teoria è quindi possibile che a partire dal 2021, dopo che saranno noti i risultati, il ministro in carica decida, per esempio, di dare peso uguale a ogni categoria, o, al contrario, di premiare fortemente una rispetto alle altre.

Sono però due le scelte più discutibili. Le Vqr precedenti prevedevano che ciascun docente universitario o ricercatore degli enti di ricerca dovesse presentare un determinato numero di “prodotti”. Ora questa soglia minima viene abolita, e si richiede solo che ciascun dipartimento nel suo complesso presenti un numero di prodotti pari a tre volte gli addetti, con un massimo di quattro per persona: in sostanza si consente di esentare dalla Vqr, senza alcuna conseguenza sui finanziamenti, fino a un quarto del personale. Se si considera che nel sistema italiano non esiste distinzione tra università “di ricerca” e “di insegnamento”, e che a svolgere ricerca sono quindi chiamati tutti i docenti, è difficile comprendere i motivi di questa massiccia esenzione potenziale.

La serietà e l’affidabilità della valutazione della ricerca, che è già di per sé complicata, dipende in misura molto rilevante dalla credibilità di chi è chiamato a svolgerla. Nella precedente Vqr l’Agenzia nazionale per la valutazione della ricerca (Anvur) componeva i gruppi di esperti della valutazione (Gev), uno per ciascuna area disciplinare, scegliendo tra quanti avevano risposto a un bando. Questa volta il decreto ministeriale prevede invece il sorteggio dei Gev tra candidati ai quali si richiede di dimostrare una qualificazione minima quasi inesistente, e cioè l’aver pubblicato negli ultimi cinque anni almeno tre articoli in una qualunque rivista, anche non scientifica. Alla lettera, non è neppure richiesto a questi aspiranti “esperti” il possesso di un titolo di studio, né tantomeno l’appartenenza a un’università o un ente. Si potrebbe quindi creare una platea vastissima di valutatori non valutati, ma di fatto solo sorteggiati. Il decreto stabilisce peraltro che Anvur emani un bando per raccogliere le candidature, ed è quindi auspicabile che in quella sede sia possibile qualificare meglio le caratteristiche che i membri dei Gev dovranno soddisfare, evitando così il rischio di minare alla base un esercizio che riveste invece un’importanza cruciale per la distribuzione trasparente e meritocratica dei fondi pubblici.


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