Pianeta atenei

Sui fondi agli atenei vince la spesa storica

di Eugenio Bruno

All’improvviso sembra di essere tornati al 2009. Mentre Lucio Dalla pubblicava il suo ultimo album di inediti Angoli nel cielo e Quentin Tarantino portava sugli schermi con Bastardi senza gloria la sua rivisitazione della seconda guerra mondiale e del nazismo, il dibattito parlamentare - sull’onda della spinta federalista - si avvitava intorno ai costi standard e alla perequazione. Due new entry nel nostro lessico politico che avrebbero dovuto portare all’abbandono della vecchia spesa storica a vantaggio di parametri nuovi, collegati a un uso più efficiente delle risorse pubbliche, con un paracadute per le realtà svantaggiate.

L’anno dopo la legge Gelmini ha esteso quei concetti - pensati inizialmente per la sanità - all’università, prevedendone un’applicazione graduale. Così graduale che, a quasi dieci anni di distanza, su 7,45 miliardi di Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) agli atenei solo 1,5 vengono attribuiti in maniera “standard”, ovvero in base a un costo “ideale” per studente. E senza tenere quasi minimamente conto del rapporto studenti/docente.

Il risultato è quello pubblicato qui accanto in un’elaborazione dell’università di Bergamo relativa al 2018, ma che dovrebbe essere confermata anche nel 2019 con i dati definitivi sulle immatricolazioni di quest’anno. In testa alla classifica dei fondi reali attribuiti ai diversi atenei per ogni studente troviamo un’università del Nord, Venezia Iuav , con 7.285 euro; a seguire, due del Centro (Siena e Camerino) e uno del Sud (Messina). In coda troviamo Bergamo (2.552 euro) e l’Orientale di Napoli (3.179). A conferma da un lato del peso preponderante della vecchia spesa storica e, dall’altro, di come la polarizzazione Nord-Sud nell’università non sia tale da giustificare in sé l’intenzione del ministro Lorenzo Fioramonti di aumentare la perequazione a favore del Mezzogiorno. Come ha sottolineato anche il rettore del Politecnico di Torino, Guido Saracco, sul Sole 24 ore del 19 novembre.

Lo stesso fa ora Remo Morzenti Pellegrini, rettore di Bergamo: «Il sottofinanziamento e/o sottodimensionamento delle università italiane è un problema sistemico e non riconducibile alla sterile dicotomia Nord-Sud. E non ha fatto altro che accentuare le diseguaglianze e le disparità che esistono all’interno del Paese. Sia al Nord sia al Sud - spiega - esistono università sottofinanziate e sottodimensionate e quindi squilibri a dir poco di sistema». A suo giudizio, aumentare il fondo perequativo - che attualmente vale 175mila euro e garantisce che ogni ateneo non perda più del 2% e non guadagni più del 3% rispetto all’anno prima - «non è la soluzione del problema, perché a risorse invariate le redistribuisce comunque all’interno del sistema». A risorse invariate, infatti, dare tout court di più al Sud significherebbe sottrarre al Nord.  

Morzenti Pellegrini, che è anche presidente del Comitato regionale di coordinamento delle università lombarde, suggerisce di «utilizzare il rapporto esistente negli atenei, oggettivo e semplice da verificare, tra docenti/studenti/personale tecnico-amministrativo oltre al costo Ffo/studente». Altrimenti - dice - «il rischio reiteratamente distorsivo è quello di continuare a finanziare atenei che non possono crescere e rallentare quelli che possono farlo».

Nel mirino c’è l’intero sistema di finanziamento agli atenei. Come detto, dei 7,45 miliardi appena distribuiti per il 2019 solo il 20% - pari a 1,5 miliardi - lo è base al costo standard. Il 24% previsto per legge (che sale al 26% nel 2020 e al 28% nel 2021) va infatti conteggiato al netto di interventi “vincolati”. Ma senza alcun collegamento con i criteri che guidano la ripartizione del Ffo premiale: altri 1,7 miliardi attribuiti per 3/5 sulla valutazione dell’attività di ricerca, per 1/5 sull’autonomia responsabile e per 1/5 sulle politiche di reclutamento. Una divaricazione di fonti e fondi che esiste da anni e che non ha mai agevolato la programmazione delle università.


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