Studenti e ricercatori

ricerca, i rischi ignorati da chi punta tutto sull’accesso aperto

di Andrea Angiolini*

Gli editori hanno letto con una certa apprensione l’articolo di Eugenio Bruno che ha anticipato le intenzioni del ministero dell’Istruzione università e ricerca secondo cui nella prossima Valutazione della qualità della ricerca (Vqr) saranno valutati (ed eventualmente premiati) solo i lavori pubblicati ad accesso aperto. La decisione rappresenterebbe un unicum a livello internazionale, benché sia presentata come un adeguamento del nostro Paese a prassi europee. In particolare, nei sistemi di valutazione dei due Paesi citati (Francia e Regno Unito) da un lato ci si limita agli articoli di rivista e dall’altro si prescrive la pubblicazione ad accesso aperto solo quando l’autore ne ha il diritto, il che – per le riviste – in genere avviene al termine di un periodo di embargo. Nel Regno Unito l’unica prescrizione ulteriore è il divieto di embarghi superiori ai 12 mesi per le materie scientifico-tecnico-mediche, di 24 mesi per le scienze umane e sociali.

Sarà importante conoscere il testo del decreto per capire se davvero si vuole imporre che tutte le pubblicazioni sottoposte alla Vqr dovranno essere open access o se invece si seguiranno i modelli a cui si dice di ispirarsi.

Siamo oggi chiamati a commentare un testo non disponibile, sulla base di poche anticipazioni, il che è la principale differenza tra l’Italia e il resto d’Europa. Dappertutto decisioni di questo genere non sono calate dall’alto, ma sono prese nel rispetto dell’autonomia della ricerca, che è garanzia di indipendenza, ambito in cui occorre muoversi con molta cautela. Nel resto d’Europa a queste decisioni si giunge al termine di una discussione che coinvolge tutti gli attori coinvolti, compresi gli editori per la parte che interessa le pubblicazioni. E ci si muove con largo anticipo. Nel Regno Unito, ad esempio, le regole per la valutazione che inizierà nel 2021 sono state pubblicate nel gennaio 2019. Noi siamo ancora in attesa del decreto per la Vqr che partirà nella prima parte del 2020.

Al di là di queste, fondamentali, questioni di metodo, preoccupa il merito di quanto anticipato. Provo a spiegarmi con un esempio. Supponiamo che un articolo selezionato come rappresentativo della migliore produzione di un ricercatore di scienze umane sia stato pubblicato nel 2019 su una rivista della Oxford University Press, un editore che offre gratuitamente la possibilità di pubblicare open access dopo 24 mesi. Non essendo terminato l’embargo, l’università si troverebbe nella condizione di decidere se scartarlo, ripiegando su un articolo diverso con possibili penalizzazioni nella distribuzione dei fondi; o pagare la tariffa prevista per la pubblicazione open access, che varia da 1.000 a 2.500 sterline (academic.oup.com/journals/pages/open_access/charges). Poiché nello scorso ciclo la Vqr ha analizzato circa 180mila pubblicazioni, se ipotizziamo che una situazione simile si verifichi nel 5% dei casi, il costo per far sì che tutte siano ad accesso aperto sarebbe attorno ai 15-20 milioni di euro. La stima è approssimativa, ma l’ordine di grandezza verosimile.

Il meccanismo ha altresì conseguenze nella distribuzione dei fondi: università con meno risorse non potrebbero optare per articoli ancora sotto embargo, risultando così penalizzate per ragioni che nulla hanno a che fare con la qualità della loro ricerca.

Il problema deriva anche dagli effetti retroattivi della norma: nel 2020 saranno presentate le pubblicazioni del quinquennio 2015-2019 e su queste gli autori avrebbero dovuto per tempo acquisire i diritti di ripubblicazione ad accesso aperto. Imporre loro di farlo ex post li mette di fronte a enormi difficoltà.

Se poi, come annunciato, la norma includesse anche i libri, ci troveremmo su un terreno inesplorato. Esistono, è vero, monografie ad accesso aperto, ma credo non vi siano precedenti al mondo di una prescrizione che riguardi libri già editi e presenti sul mercato. Attuarla sarebbe semplicemente impossibile, a meno di non decidere di escludere quasi tutte le monografie dalla valutazione, con ulteriori effetti distorsivi.

È auspicabile, in conclusione, un supplemento di riflessione e di confronto con tutti gli stakeholder per una valutazione di impatto della norma. Come sempre è stato in questi anni, fin dalla prima Vqr, gli editori sono aperti e disponibili a fornire il proprio contributo senza pregiudizi, rifuggendo dalla fuorviante diatriba tra posizioni pro e contro l’open access, per concentrare invece l’attenzione sulla sua sostenibilità.

Vicepresidirettore editoriale della Società Editrice Il Mulino, vicepresidente dell’Associazione Italiana degli Editori e presidente del Gruppo Accademico e Professionale
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