Studenti e ricercatori

Autocitarsi non è un vizio italiano

di Eugenio Bruno

La qualità della ricerca italiana passa dal valore dei nostri ricercatori. Lo ha ricordato di recente il Cnr nella Relazione 2019 sull’innovazione, elogiando la produzione scientifica degli studiosi di casa nostra. Data in crescita sia come quota mondiale occupata (quasi il 5% nel 2018), sia come citazioni medie ricevute per pubblicazione (l’1,4% nel biennio scorso). 

Ma proprio le citazioni e soprattutto le autocitazioni restano un nervo scoperto dopo che la prestigiosa rivista di area medica PlosOne nei mesi scorsi ha accusato gli scienziati tricolori di citarsi da soli e gonfiare così i numeri. Una tesi che viene però rigettata dall’Anvur.

In un documento che è stato messo a punto nei giorni scorsi e che Il Sole 24 Ore ha avuto modo di visionare, l’Anvur, Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, guidata da Paolo Miccoli prova a smentire, punto per punto, la tesi di un “doping citazionale” dei nostri scienziati rispetto ai loro omologhi internazionali lanciata da Plos One e ripresa dai media generalisti.

Il primo argomento usato dall’Anvur riguarda l’inadeguatezza dell’indicatore Inwardness, “reo” di considerare come autocitazioni dell’Italia tutte le citazioni che provengono dal Paese di uno dei coautori di un lavoro scritto anche da un italiano. «Così - si legge nel documento - se un italiano scrive un articolo con un collega francese, tutte le citazioni di altri francesi, che magari non hanno nulla a che fare con l’autore italiano, sono considerate autocitazioni per l’Italia». Ma tali non sono. E non considerano - spiega ancora l’Agenzia di valutazione - che solo nei settori concorsuali bibliometrici, a cui appartiene il 60% dei docenti italiani, vengono utilizzati gli indici citazionali. Ciò significa che il 40% del nostro corpo docente non avrebbe alcun interesse ad autocitarsi.

In difesa della nostra produzione scientifica interverrebbe poi l’andamento complessivo dell’Inwardness utilizzata da Plos One, che risulta in aumento un po’ per tutti i Paesi. Senza contare - aggiunge l’Anvur - che nel frattempo è cresciuta anche la quota di riviste italiane presenti in banca dati. Soprattutto nel campo delle scienze umani e sociali.

E si arriva così al terzo punto della tesi difensiva propugnata dall’Agenzia italiana: escludere le autocitazioni e provare a pesare lo stesso la qualità della nostra ricerca. Anvur lo fa ricorrendo ai dati Scopus e al Field Weighted Citation Impact considerato al netto delle autocitazioni. Ebbene, come dimostra il grafico in pagina, l’impatto citazionale tricolore manifesta una crescita continua negli ultimi 20 anni, in linea con quanto accade in Francia e Germania. E se proprio si vuole intravedere un problema nella nostra produzione scientifica - conclude l’Anvur - è meglio allora guardare alla nostra presenza (o meno) nelle riviste di eccellenza. E qui effettivamente fatichiamo a trovare spazio nei top journal mondiali, a differenza ad esempio di Svizzera e Regno Unito. Ma è una debolezza antica, che necessiterebbe - questa sì -di contromisure moderne.


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