Studenti e ricercatori

Cnr: Italia in ritardo sulla spesa in ricerca

di Eu. B.

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L’Italia della ricerca incassa una buona e una cattiva notizia. Se è vero che gli investimenti in R&S sono tornati a crescere, passando tra il 2000 e il 2016 dall’1 all’1,4% del Pil, restiamo comunque ai bassifondi della classifica europea. Visto che la media nel resto del Vecchio continente è del 2 per cento. A dirlo è la relazione sulla ricerca e l'innovazione in Italia 2019 del Cnr.

La spesa complessiva
In Italia, la spesa per ricerca e sviluppo (R&S) in rapporto al Pil è in lieve ripresa, passando dall'1,0% del 2000 a circa l'1,4% del 2016, grazie anche all'interruzione del trend di diminuzione degli stanziamenti pubblici. Restiamo tuttavia posizionati in fondo alla classifica dei paesi europei, dove il rapporto tra investimenti in R&S e Pil è quasi del 2%. Dopo la flessione del biennio 2014-15, sono in ripresa anche gli stanziamenti del Miur agli Enti pubblici di ricerca (Epr), passati da 1.572 milioni nel 2016 a 1.670 milioni nel 2018: il Cnr, in particolare, ha ottenuto nel biennio un incremento da 555 milioni a 602 milioni.

Il peso dei ricercatori
La quota dei ricercatori in rapporto alla forza lavoro, pur rimanendo ben al di sotto di quella degli altri paesi europei e distanziandosi ancora di più dalla media Ue, è costantemente cresciuta nell'ultimo decennio. Dal 2005 al 2016 i ricercatori sono aumentati di circa 60.000 unità. Tra i settori istituzionali, la crescita più rilevante si è registrata nelle imprese private: i dati più recenti mostrano una tendenza in atto che avvicina questo settore per numero di ricercatori all'università: quest'ultima rimane ancora l'area maggiore, con 78.000 addetti contro i 72.000 delle imprese, ma nell'università il numero complessivo è pressoché stazionario nel tempo. Anche gli Epr hanno registrato una crescita sensibile nel corso degli ultimi 10 anni, giungendo a circa 29.000 ricercatori, oltre il 15% del totale. Molto rilevante la quota di assegnisti: sono più del 20% dei ricercatori nelle università, e addirittura il 25% negli Enti.

I fattori di debolezza
Si rileva un progressivo aumento delle ricercatrici e, secondo le proiezioni, entro il 2025 il divario di rappresentanza di genere potrebbe pressoché scomparire nelle istituzioni pubbliche e ridursi drasticamente nelle università, mentre nelle imprese sembra rimanere sostanzialmente immutato. Tuttavia, queste proiezioni non considerano la progressione di carriera, che tuttora penalizza le donne. Confrontando l'età dei ricercatori, la Relazione evidenzia come nell'università italiana gli over 50 superano la metà dei docenti, mentre nel Regno Unito e in Francia sono, rispettivamente, il 40% e il 37%. L'età media dei docenti italiani è di quasi 49 anni e quella dei ricercatori negli Epr è di 46. I ricercatori nelle imprese private hanno un'età inferiore, pari a 43 anni. Il fenomeno è correlato al generale invecchiamento della popolazione italiana, ma testimonia anche la difficoltà di effettuare nel settore pubblico un reclutamento ordinario basato su una programmazione di lungo periodo. Secondo le proiezioni, in assenza di politiche strategiche di lungo periodo, l'età media dei ricercatori continuerà ad aumentare in tutti i comparti.

Le promesse del ministro
«La sfida della scienza passa anche per politiche orientate ad un futuro, che è già presente, in cui si realizzino le necessarie sinergie tra ricerca, tecnica, ambiente, patrimonio culturale». A dirlo è il presidente del Cnr, Massimo Inguscio, che chiede «una politica di reclutamento adeguata. Siamo riusciti a non disperdere le competenze sviluppatesi negli anni, stabilizzando in modo molto significativo il lavoro precario, a far ripartire un nuovo reclutamento con concorsi nazionali competitivi organizzati per aree strategiche, a realizzare promozioni meritocratiche. Centrale - aggiunge - sarà d'ora in poi una politica di investimento che consenta un reclutamento regolare e programmato ed eviti il prodursi di nuovo precariato». Nella sua risposta il ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, ha ricordato che «serve un’Agenzia nazionale della ricerca. Abbiamo bisogno di grandi eccellenze, elementi di innovazione, fare sistema. Abbiamo bisogno di fare squadra, trasversalmente a livello governativo: la ricerca deve essere un elemento di congiunzione, non tenendo stretta una poltrona o una competenza». Agenzia nazionale che costituirà l’oggetto di un Ddl collegato alla legge di Bilancio 2020.


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