Studenti e ricercatori

Il paradosso dei 69mila aspiranti medici

di Marzio Bartoloni

Gli studenti che aspirano un giorno a indossare il camice bianco la chiamano la lotteria dei quiz: 100 minuti per rispondere a 60 quesiti. I rettori lo difendono come un “male” necessario per evitare l’assalto delle aule e garantire una formazione di livello. Ma mai come quest’anno il rito dei test di accesso al corso di laurea in Medicina che si sono svolti ieri in tutta Italia sono sembrati un paradosso. Da una parte un esercito di quasi 69mila ragazzi che sognano di fare il medico per 11mila posti (compresa Odontoiatria): in pratica solo uno su sei ce la farà a coronare il suo sogno dopo aver risposto a domande che vanno dal futurista Marinetti al trapezio scaleno. Dall’altra il Servizio sanitario che proprio in questi mesi tra Quota 100 e l’uscita dei baby boomers sta assistendo a un esodo biblico dalle corsie degli ospedali.

Dei circa 105mila specialisti attualmente impiegati nel Ssn ne dovrebbero andare in pensione nei prossimi anni circa la metà: 52.500. Una emergenza la carenza dei medici - servono almeno 16mila specialisti in più da qui al 2025 - a cui le Regioni hanno risposto con iniziative clamorose come l’assunzione dei pensionati o dei medici militari, mentre il recente decreto Calabria approvato dall’ultimo Governo prevede la possibilità di fare un contratto ai giovani che stanno ancora completando la specializzazione, il Veneto nei giorni scorsi per coprire i buchi più urgenti ha addirittura messo a punto un percorso formativo dedicato a laureati che prevede 92 ore di lezione teorica e due mesi di frequenza pratica. I governatori entro settembre hanno deciso comunque di convocare una Conferenza Stato-Regioni straordinaria per affrontare con il Governo questa emergenza.

Una situazione paradossale appunto che, come ha ribadito ieri anche il ministro uscente della Salute, Giulia Grillo - in pole position nel toto ministri per restare nel nuovo Esecutivo giallo-rosso - rende necessario un profondo ripensamento dell’accesso alla professione. Anche perché il nodo non è solo l’accesso alla facoltà di Medicina ma pure l’imbuto formativo che si crea subito dopo la laurea con i posti per le specializzazioni mediche inferiori al numero dei laureati in Medicina. Con giovani laureati che per anni tentano senza successo di specializzarsi, costretti così a restare in un limbo di precarietà e sotto-utilizzo. Quest’anno ci sono 8mila borse disponibili, 1.800 in più rispetto all’anno prima. Mentre in passato si contavano circa 5mila posti, un numero insufficiente rispetto sia alla domanda di formazione che alle necessità di specialisti del Ssn.

Ora un tentativo di superare i danni di questo imbuto formativo potrebbe arrivare da un progetto di riforma che potrebbe vedere, da subito, a braccetto la nuova maggioranza del nuovo Esecutivo nascente M5S-Pd. Nel contratto di Governo siglato da Lega e Cinque Stelle c’era l’impegno a superare il numero chiuso. Dopo diversi annunci e alcune proposte di legge a inizio agosto alla Camera è stato depositato un testo unificato - relatore, Manuel Tuzi (M5S) - che si ispira al modello francese per superare il numero chiuso a Medicina. E cioè accesso libero a tutti al primo anno e poi una selezione sugli studi fatti (non dunque un quiz generico) per continuare il percorso in Medicina. Con la possibilità però per chi viene escluso di poter sfruttare i crediti formativi acquisiti nel primo anno per altri corsi di laurea simili (da Farmacia a Biotecnologie). Un progetto, questo, che vede favorevole anche la ministra della Salute Grillo che sta lavorando pure alla revisione dell’accesso alle scuole di specializzazione post-laurea a partire dall’aumento dei posti «per far sì - ha scritto ieri su Facebook - che a ogni futuro medico siano assicurate reali opportunità nel nostro Paese e che non ci sia più carenza di specialisti negli ospedali e sul territorio». Questa riforma potrebbe essere considerata in termini favorevoli anche dal nuovo alleato Pd che tre anni fa, nel governo guidato da Renzi, aveva visto l’ex ministro dell’Università, Stefania Giannini, spendersi per approvare un progetto di riforma proprio sul modello francese. Il suo tentativo si arenò però di fronte al muro dei rettori che preferiscono l’attuale sistema, a fronte come fatto quest’anno, di un aumento dei posti disponibili. A ribadirlo è stato ieri il rettore della Sapienza, Eugenio Gaudio: «Il numero programmato è un’esigenza che si è posta dopo le esperienze in Italia negli anni 70 e 80, quando il numero era aperto con studenti che si iscrivevano ma non potevano seguire le lezioni e andare in corsia».

Ora però l’emergenza carenza medici, su cui c’è anche il pressing delle Regioni, potrebbe aiutare a portare in porto quel progetto di riforma che aveva già tentato il Pd. Archiviando, si spera, una volta per tutte gli odiati quiz e l’emergenza legata alla carenza di medici con una programmazione dei fabbisogni più accurata.


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