Studenti e ricercatori

I dottorati cercano il rilancio: più posti e meno burocrazia

di Eu. B.

Per i dottorati di ricerca la Grande Crisi non è ancora passata. Come confermato dall’ultimo report dell’Adi che ha parlato di una diminuzione del 43% dei posti a bando rispetto al 2007. Con gli effetti in termine di qualità complessiva del capitale umano evidenziati a sua volta dall’Ocse: siamo quartultimi per popolazione in possesso di un PhD, seguiti soltanto da Turchia, Lettonia e Messico. Eppure averne uno in tasca conviene anche dal punto di vista occupazionale. Stando all’indagine 2019 di AlmaLaurea, infatti, a 12 mesi dal titolo i dottori di ricerca lavorano. Specie se in ambito scientifico.

La scelta del ministro Marco Bussetti di riformare in profondità i dottorati nasce anche da qui. Il fine - spiega lo stesso titolare di viale Trastevere - «incrementare le opportunità di accesso per i giovani capaci e meritevoli a sviluppare ulteriormente questi percorsi di alto livello». In modo che il dottorato - aggiunge - non sia visto solo e soltanto come l’avvio di una possibile carriera universitaria, principio che resta e nessuno vuole toccare, ma anche e sempre di più come un titolo di altissimo livello da spendere nei concorsi e nel mondo del lavoro». Il mezzo individuato è un decreto ministeriale che riscriva le regole del 2013. Il provvedimento è stato elaborato dal Capo dipartimento Giuseppe Valditara e segue di qualche mese le sue linee guida sul dottorato.

Il nuovo regolamento punta a snellire le procedure sin dall’inizio. Dall’accreditamento che resta quinquennale ma perde la verifica annuale dell’Anvur (che a sua volta diventa triennale e si semplifica). Più snelli diventano anche i collegi di dottorato: anziché 16 membri ne basteranno 8 o 12 a seconda delle aree disciplinari, purché in possesso di abilitazione scientifica nazionale. Al tempo stesso scompaiono i riferimenti alla Vqr (la Valutazione della qualità della ricerca) che resta solo per “pesare” le istituzioni e non la professionalità dei valutatori. Novità che troviamo anche alla fine del percorso. Il controllo da ex ante sui requisiti delle sedi e dei collegi diventa ex post sui risultati: pubblicazioni scientifiche, progetti svolti, brevetti, qualità dell’occupazione.

Per aumentare gli slot annualmente a disposizione degli aspiranti dottori di ricerca il decreto in arrivo, da un lato, elimina ogni vincolo numerico sul numero di posti e borse, e, dall’altro, aumenta le chances di reperire all’esterno le risorse per finanziare i dottorandi. Ad esempio semplificando le regole per i dottorati industriali e consentendo agli imprenditori di entrare nei collegi di dottorato. Per evitare di perdere per strada giovani di valore viene poi eliminata la data unica per i “cicli di dottorato”, che attualmente costringe tutti gli atenei a partire entro il 30 novembre. Il sistema diventa misto: per i dottorati “con borsa” potranno esserci più cicli durante l’anno a seconda delle esigenze degli atenei; per quelli “senza borsa” invece viene introdotta l’ammissione “a sportello” e la richiesta può essere fatta in ogni momento, previa valutazione di idoneità da parte del collegio dei docenti e impegno scritto di un prof a supervisionare il progetto. Dottorandi senza borsa che avranno anche la priorità per l’assegnazione di borse di studio successive.

Arrivano infine figure nuove. Si va dai dottorati integrati nelle lauree magistrali, che coinvolgeranno già dal percorso universitario il futuro dottorando (e che consentiranno al laureato di proseguire subito dopo gli studi con un PhD), ai professional doctorate, che puntano a offrire una formazione di alto livello ai manager già occupati, fino al nuovo dottorato di «interesse nazionale», che punta a convogliare la ricerca su settori giudicati strategici per il paese: intelligenza artificiale, big data, bioeconomia eccetera.

In un contesto generale che vede crescere le risorse a disposizione. Grazie ai 10,8 milioni in più che il Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) 2019 destina agli atenei per promuovere i dottorati e ai 4 milioni previsti nel Foe per i dottorati sull’intelligenza artificiale. Nell’ambito di una riforma che Valditara definisce «di grande importanza e apprezzata anche in ambito europeo. Una riforma - assicura - che farà decollare il dottorato e che si inserisce in una strategia più ampia di ammodernamento del sistema universitario voluta dal ministero».


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