Studenti e ricercatori

L’Italia? Un paese che non valorizza lauree e dottorati

di Alberto Magnani

C’è un elemento in più che depone a sfavore dell’Italia nella valorizzazione economica degli under 30: i titoli universitari “non pagano”, nel senso letterale del termine. Abbiamo già detto della discrepanza di retribuzione fra laureati, ma quanto vale la laurea in sé? L’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, registra annualmente il cosiddetto graduate premium, il rialzo di stipendio garantito da un titolo di studi universitario. Fatta una base 100, rileva Ocse, un laureato italiano tra i 25 e i 34 anni guadagna in media appena il 13% in più rispetto a chi si è fermato a un livello di studi inferiore. La media Ocse è pari al +37%, con picchi del +44% in Germania e del +52% in Francia.

Nulla di spiazzante, se si considera che il divario retributivo penalizza anche la categoria dei dottori di ricerca. In linea teorica, il conseguimento di un dottorato di ricerca dovrebbe rappresentare un valore competitivo notevole agli occhi di un datore di lavoro. Nel concreto le retribuzioni non subiscono un’impennata comparabile a quella goduta dai parigrado nel resto della Ue. È vero che un titolo di dottorato garantisce impiego quasi immediato (il tasso di occupazione è pari all’83,5%, con un tempo di attesa medio di appena 3,5 mesi) e ritorni economici in busta paga: lo stipendio a un anno dal titolo viaggia a 1.625 euro, un valore che stacca decisamente la media dei laureati magistrali biennali a un anno dalla laurea (+40,9%, 1.153 euro).

Al tempo stesso, però, le entrate restano schiacciate su valori ben più modesti rispetto alla media europea. I dottori che lavorano in Italia guadagnano in media 1.511 euro, contro i 2.333 euro incassati da chi è occupato all’estero. L’asticella, sempre fuori dall’Italia, cresce a 2.400 euro per i dottori di ricerca in Scienze di base e 2.700 euro per quelli in Ingegneria.

La consolazione, si fa per dire, è che la crisi degli stipendi non si limita alle nuove generazioni. È l’intero sistema economico ad aver accusato una pesante flessione nei salari reali, ovvero le retribuzioni aggiustate al costo della vita.

Secondo uno studio a cura dello European trade union institute, l’Italia rientra fra i pochi Paesi Ue ad aver accusato un calo dei salari reali tra 2016 e 2017 (-0,9%). Se si allarga lo sguardo al periodo 2010-2017, la flessione delle cosiddette real wage arriva al 4,3%, ribaltando la crescita di oltre il 7% ingranata fra 2000 e 2009. È facile, poi, rimasticare periodicamente analisi sulla “carenza di laureati” italiani o l’inadeguatezza della preparazione dei giovani [...].

Il dato effettivo è che l’investimento temporale ed economico sullo studio non viene valorizzato, alimentando la sensazione di “claustrofobia” rispetto al mercato del lavoro italiano. Basta passare in rassegna i livelli retributivi di varie categorie professionali per rendersi conto del perché il desiderio di fuga sia così irruente. Tra le tante vittime della “condanna generazionale” ci sono i giovani architetti, affossati dalla crisi delle costruzioni e un impoverimento complessivo della categoria. Nel nostro Paese, neolaureati in uscita da atenei di prestigio come Politecnico di Milano e Torino sono costretti a barcamenarsi su retribuzioni che oscillano fra i 600 e gli 800 euro netti, scivolando senza problemi anche sotto la soglia psicologica dei 500 euro lordi mensili.

In Svizzera si arriva tranquillamente a medie pari all’equivalente di 55mila euro annui al primo contratto. In Germania, secondo il portale Glassdoor, lo stipendio di un architetto junior si aggira sopra i 50.600 euro l’anno. Non ha senso comparare Paesi diversi, per giunta con costi della vita più elevati? È vero. Ma 600 euro bastano a malapena a coprire un affitto a Milano.

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L’articolo è un brano estratto dal libro “Gioventù sprecata. Perchè l’Italia ha fallito sui giovani” di Alberto Magnani, Castelvecchi editore, pagg. 115, euro 14.50


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