Studenti e ricercatori

Area economica, la statistica entra nei programmi dei futuri manager

di Marco Masciaga

«Generalisti specializzati». Forse non è un caso che, in tempi così contraddittori, il rettore della Luiss Andrea Prencipe ricorra a un ossimoro per descrivere l’economista ideale formato dall’università intitolata a Guido Carli. Un po’ perché l’interdisciplinarietà sta tornando prepotentemente d’attualità. E un po’ perché il Sacro Graal della specializzazione non ha mai smesso di esercitare la sua forza d’attrazione. Specie ora che i processi di digitalizzazione impongono la collaborazione più stretta tra persone con background differenti per mettere in rete le rispettive competenze.

«Il nostro bachelor’s degree program in management and computer science – spiega Prencipe – nasce perché la rivoluzione digitale ha reso indispensabile che i laureati in materie economiche siano in grado di interfacciarsi con i professionisti del digital. Le figure emergenti sono data analyst, cybersecurity manager, chief information security officer e digital transformation officer. Mi piace pensare ai nostri laureati come persone dotate di un expertise verticale in un ambito arricchite da micro-competenze che gli consentono di conversare con esperti di altri settori».

Più contaminazione

Una tendenza alla “ramificazione” che non è difficile scorgere anche in altri atenei, sia pubblici che privati. «Nella laurea magistrale in inglese in economics – spiega Giorgio Bellettini, direttore del dipartimento di scienze economiche dell’università di Bologna – abbiamo rafforzato gli aspetti statistici per rispondere a una richiesta del mercato: quella di specialisti in data science e big data. Potendo contare su una massa critica di docenti in ambito statistico, econometrico e quantitativo, abbiamo arricchito il corso con quanto fosse rilevante per l’economia e la finanza».

Un occhio di riguardo per il mondo del lavoro che nel caso della Bocconi di Milano, dove si predica «l’innovazione continua dei programmi per seguire le esigenze dei mercati», è ancora maggiore. Tanto che dopo il lancio, lo scorso anno, dei corsi in data science and business analytics e politics and policy analysis (quest’ultimo integrato da competenze quantitative avanzate) il prossimo settembre offrirà quello in cyber risk strategy and governance in collaborazione con il Politecnico di Milano. «I nuovi corsi hanno successo, ma è altrettanto importante che, grazie alle competenze importate per organizzarli – fisici, statistici, matematici ed esperti di data science – siamo riusciti a ibridare positivamente anche gli altri programmi», spiega Antonella Carù, direttore della Bocconi Graduate School.

L’inglese? Un must

Tutti corsi in inglese, una tendenza che sta prendendo piede anche nelle università pubbliche come quella di Pisa dove, dallo scorso anno, è attivo un corso in management for business and economics. Anche in questo ateneo il processo di ibridazione tra materie economiche e statistiche sembra in crescita. «Oggi possiamo fornire al mercato del lavoro esperti di economia aziendale con in più una formazione quantitativa, profili in grado di diventare data scientist, business analist», spiega Monica Pratesi,docente di statistica del dipartimento di economia e management. «La statistica è uno dei linguaggi sovradisciplinari per eccellenza e oggi è di assoluta rilevanza, tanto che i laureati in questa materia trovano lavoro subito in multinazionali, istituti di ricerca, società di marketing e assicurazioni. Ma anche lontano dal mondo aziendale: energia, ambiente, scienze mediche, welfare e cultura sono tutti ambiti in cui servono figure in grado di estrarre le informazioni rilevanti da immensi giacimenti di dati, buttando via il “rumore”».

A lezione di data science

La possibilità di declinare in più di un modo le competenze statistiche è ben chiara a Massimo Aria, docente di statistica sociale al dipartimento di scienze economiche e statistiche della Federico II di Napoli che ha fatto parte del gruppo di progettazione del corso di laurea magistrale in data science dell’ateneo partenopeo che partirà a settembre. «Si tratta di un biennio – spiega – pensato per intercettare studenti provenienti da ambiti differenti (matematica, economia, statistica, ingegneria, informatica, fisica, scienze geologiche, biologia e scienze sociali) con un primo anno comune incentrato sugli insegnamenti per i big data e un secondo dedicato a tre domini applicativi: economia, aziende e scienze sociali; scienze di base e ingegneristiche; real world evidence per farmacologia e oncologia». Per la Federico II si tratta di un nuovo capitolo di una storia iniziata quando l’ateneo partenopeo, primo in Italia, lanciò un dottorato in statistica computazionale e proseguita sul fronte del placement quando la sede locale di Accenture iniziò a “saccheggiare” gli elenchi dei laureandi in cerca di data scientist.

L’interesse del mondo della consulenza per queste skill è confermato da Stefania Papa, people and purpose leader di Deloitte che spiega come «nell’ultimo anno fiscale le discipline economiche e statistiche abbiano fornito circa il 70% dei nostri neo-assunti». Si tratta di giovani laureati magistrali indirizzati verso la consulenza strategica e fiscale, l’audit e il risk advisory.

Statistica 4.0

Un mondo molto lontano da quello degli “indicatori ritardati” studiati nei vecchi corsi di statistica, «quei dati che quando uno li legge i danni sono già fatti» spiega con invidiabile senso della sintesi Paolo Dell’Olmo, già direttore del dipartimento di scienze statistiche della Sapienza. «Negli ultimi anni – spiega – gli insegnamenti si sono profondamente rinnovati, non solo perché i presidenti dei corsi di laurea hanno 20 anni in meno, ma anche perché quasi tutto quello che abbiamo insegnato per anni oggi si trova dentro dei pacchetti software. Quindi abbiamo arricchito l’offerta con seminari per approfondire come certi saperi si relazionano con le altre discipline e il mondo reale, e dei laboratori in cui fare attività sperimentale su problemi reali».

Un ventaglio di possibilità invidiabile al quale non sempre i neodiplomati arrivano preparati. Tra i deficit più frequentemente citati c’è, oltre alla matematica, il pensiero critico. «Conoscono bene gli algoritimi, ma non le implicazioni di ciò che fanno», sintetizza Bellettini.


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