Studenti e ricercatori

Le università italiane sono più efficienti di quelle tedesche

di Tommaso Agasisti*

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La scorsa settimana è stata speciale per il sistema universitario italiano: per la prima volta, un ateneo italiano (statale) si è classificato nelle prime 150 posizioni del prestigioso ranking QS, che intende misurare la qualità delle università con ottica globale. Questo risultato è particolarmente apprezzabile perché finalmente un'università del nostro Paese (il Politecnico di Milano) comincia a rappresentare in modo adeguato il livello qualitativo delle attività didattiche e di ricerca che avvengono in Italia, facendosene ambasciatrice e rappresentante. Certo, molti altri Paesi europei sono più rappresentati del nostro nelle prime 150 posizioni: in particolare, i casi più interessanti sono quelli di Regno Unito, Germania, Svizzera, Francia, Paesi Bassi. Tuttavia, il segnale del posizionamento nell'Olimpo internazionale di almeno un ateneo italiano può rappresentare un primo passo nella direzione corretta e una speranza per il prossimo futuro.

Il parametro dell’efficienza
C'è, in ogni caso, una prospettiva ancora diversa - e ancor più positiva - attraverso cui guardare questi risultati ed interpretarli: quella dell'efficienza. Le università italiane che si sono posizionate nella fascia medio/alta della classifica QS (Politecnico di Milano in primis) sono riuscite ad ottenere buoni (ottimi!) risultati nella didattica e nella ricerca, pur avendo a disposizione molte meno risorse di quante ne abbiano le proprio controparti in altri Paesi. In molti casi, nelle università ai vertici di queste classifiche la spesa per studente è più del triplo di quella a disposizione nei nostri atenei (in taluni casi, addirittura di un ordine di grandezza superiore!).
A questo specifico tema - l'efficienza relativa delle università in diversi Paesi - è stata dedicata un’attenzione particolare negli ultimi anni, anche grazie all'interesse espresso dalla Commissione Europea. In un recente lavoro - in corso di pubblicazione sulla rivista accademica Applied Economics - io e la collega Sabine Gralka abbiamo comparato l'efficienza degli atenei italiani e di quelli tedeschi, nell'orizzonte temporale 2001-2011. La comparazione è basata su un indicatore di efficienza calcolato mediante una tecnica statistico/econometrica. Il “processo produttivo” delle università è modellizzato in modo semplice (per favorire al massimo la comparazione), utilizzando come input la spesa corrente, e come indicatori di output (i) il numero di studenti (suddivisi nelle diverse discipline) e (ii) i fondi ottenuti da enti esterni per la ricerca (come misura indiretta della qualità e della quantità della ricerca). La metodologia utilizzata consente di separare le due principali componenti di inefficienza: quella di breve periodo (considerata “manageriale”) e quella di lungo periodo (strutturale). Da notare che il metodo tiene anche in considerazione le eventuali differenze non osservabili tra università diverse. I risultati del nostro lavoro empirico sono molto interessanti e chiari. Mentre le università nei due Paesi hanno un livello simile di efficienza manageriale, nel periodo sotto osservazione le università italiane riportano un'efficienza persistente (di lungo periodo) decisamente superiore a quella delle università tedesche. In termini assoluti, mentre le università italiane hanno un livello di efficienza di lungo periodo pari in media all'80% del potenziale massimo, le università tedesche si fermano circa al 60%. Guardando più in dettaglio ai risultati, le università più efficienti sono quelle di grandi dimensioni, sebbene le università italiane risultino più efficienti delle loro controparti in tutti i cluster dimensionali, ed anche tra le università specializzate in discipline tecnologiche.

Il peso degli investimenti
Quali ipotesi si possono formulare per spiegare tali differenze di efficienza? Nel nostro lavoro, io e Sabine mettiamo in evidenza come le università tedesche abbiano sì risultati migliori di quelle italiane, ma al contempo abbiano a disposizione un tale maggiore ammontare di risorse da farle risultare, in un confronto diretto, meno efficienti. In altre parole, la maggiore disponibilità di risorse delle università tedesche non si traduce in risultati proporzionalmente migliori. Per dare un'idea di tali differenze, i nostri dati dicono che la spesa media per studente nel periodo analizzato è stata pari a 15.500€ nelle università tedesche e solo a circa 6.000€ in quelle italiane. Al contempo, il numero medio di studenti (la nostra misura di output) è stato pari a circa 18.000 nelle università tedesche, contro gli oltre 28.000 nelle loro controparti del nostro Paese. Certamente, per effettuare un confronto omogeneo dovremmo cercare di misurare la qualità di tali studenti (e dei laureati), operazione peraltro particolarmente difficile. In ogni caso, è evidente che esista un gap di produttività - almeno in termini quantitativi - che invita ad una riflessione. Va notato come, sebbene le università tedesche siano incontrovertibilmente meno efficienti, esse siano certamente meglio posizioniate nei ranking internazionali, anche per effetto dell'enorme differenza negli investimenti di risorse disponibili. Per dare un'idea, mentre il Politecnico di Milano è l'unica università italiana nelle prime 150 del ranking QS, nello stesso segmento ve ne sono ben 8 tedesche.

Considerazioni conclusive
Quali conseguenze si possono trarre da questi risultati? A nostro parere, ci sono due elementi essenziali da trattenere, in merito ai quali interrogare la politica a livello nazionale e internazionale. Il primo è che le università non possono essere valutate solamente sulla base dei propri risultati, ma occorre tenere in considerazione anche l'ammontare di risorse che viene da esse impiegato. Tale riflessione vale in particolare con riferimento alle università statali, le quali utilizzano in prevalenza risorse dei contribuenti. In questo senso, assieme al valore assoluto dei risultati conseguiti, l'efficienza dovrebbe essere un criterio guida di giudizio e di policy-making.
Quando si consideri l'efficienza, le università del nostro Paese non sfigurano nel confronto
internazionale, anzi. Il secondo fattore da considerare, tuttavia, è che il miglioramento di lungo periodo delle performance non può essere ottenuto solo attraverso l'efficienza. Se le classifiche internazionali (e in generale tutti gli esercizi basati sulla reputazione) delle università considerano il valore assoluto degli indicatori di performance, occorre adeguarsi a queste regole del gioco e lavorare di conseguenza. In questa direzione, sono interessanti le politiche attuate da diversi Paesi (Germania, Francia, Russia, Cina), i quali hanno concentrato risorse ed energie in alcune università con l'obiettivo di migliorarne le prestazioni e scalare, di conseguenza, le classifiche internazionali.
I dati del nostro lavoro e l'esperienza internazionale insegnano: nonostante le ottime notizie sul fronte dell'efficienza, la creazione di università “world-class” nel nostro Paese richiede la realizzazione di importanti investimenti, coraggiosamente canalizzati e selettivi. Migliorare la produttività non basta: occorre incrementare il volume degli investimenti e la loro capacità di fruttare. Speriamo che la politica decida, prima o poi, di intraprendere questa strada, difficile ma necessaria per lo sviluppo del capitale umano di qualità e per favorire sempre maggiore capacità di innovazione e crescita delle imprese e delle istituzioni.

*Politecnico di Milano School of Management

Per approfondimenti:
Agasisti, T., & Gralka, S. (2019). The transient and persistent efficiency of Italian and German universities: A stochastic frontier analysis. Applied Economics, 1-19.


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