Studenti e ricercatori

Stipendi stranieri più alti del 61%: un laureato su tre resta all’estero

di Eu. B.

La tendenza degli italiani ad alta formazione a cercare fortuna all’estero inizia presto. In genere subito dopo la laurea. Peraltro in un caso su tre con in tasca un biglietto di sola andata. A dirlo è il rapporto 2019 sulla Condizione occupazionale dei laureati che il Consorzio AlmaLaurea ha presentato giovedì scorso a Roma. Evidenziando anche perché: mediamente le retribuzioni ottenute oltreconfine superano del 61% quelle erogate in patria. E chissà che questi equilibri non siano destinati a cambiare una volta convertita in legge la nuova norma “acchiappa-cervelli” contenuta nel decreto Crescita, con cui il governo gialloverde punta ad abbattere del 70% il carico fiscale sui talenti di ritorno (il 90% per chi sceglie il Sud).

A cinque anni dalla laurea lavora all’estero il 5,7% dei laureati italiani in possesso di un titolo di secondo livello. Tra questi, il 40,8% ha dichiarato di essere emigrato per mancanza di opportunità di lavoro adeguate in Italia, a cui va aggiunto un ulteriore 25,4% che ha lasciato il nostro Paese dopo aver ricevuto un’offerta di lavoro interessante da parte di un’azienda straniera. Nel 10% dei casi invece la partenza è avvenuta anche prima della laurea. Ad esempio per l’Erasmus o per la preparazione della tesi.

Ma l’elemento più preoccupante sembra essere un altro. E cioè quel 33,2% di occupati oltreconfine che ritiene «molto improbabile» di fare il percorso inverso nei prossimi cinque anni. Senza contare quel 30,3% del campione che valuta tale ipotesi «poco probabile». Il motivo è presto detto: le retribuzioni medie percepite all’estero sono notevolmente superiori a quelle degli occupati in Italia. Fuori dai confini nazionali, a cinque anni dal titolo, la busta paga media ammonta a 2.266 euro mensili netti. Vale a dire il 61% in più rispetto ai 1.407 euro ottenuti in Italia. Dati che si riferiscono soprattutto all’Europa visto che l’85,6% degli occupati all’estero ha scelto il vecchio continente: Regno Unito (22,8%), Svizzera (11,6%), Germania (11,4%), Francia (9,4%) e Spagna (6%). Mentre restano più contenute le nostre pattuglie di laureati che hanno optato per il continente americano (5,9%) o per l’Asia (4,8%).

Su questo contesto proverà a impattare il decreto Crescita su cui le commissioni Bilancio e Finanze della Camera cominceranno a votare oggi dopo l’impasse delle settimane scorse. Oltre a offrire una via d’uscita ai quasi mille cervelli “impatriati” dal 2013 al 2016 che, dopo essere stati ingolositi dagli sconti fiscali promessi dai passati esecutivi, sono stati successivamente raggiunti da un avviso di accertamento o da una cartella esattoriale e adesso se la vedranno “abbuonata”, il provvedimento punta a favorire tutti i lavoratori intenzionati a rientrare. Nell’accezione più ampia possibile, visto che ne ne è parlato anche nelle cronache sul calciomercato estivo, a proposito dell’ipotetico interesse del Napoli per l’attaccante belga del Manchester United, Romelu Lukaku.

L’articolo 5 del Dl ha in effetti un’ampia gittata. Valendo per i residenti all’estero da almeno due anni che sceglieranno di trasferire la residenza nel Belpaese lo sconto Irpef salirà dal 50 al 70% (e addirittura al 90% per chi sceglierà il Mezzogiorno). Lo stesso incentivo viene esteso anche a chi deciderà di avviare un’impresa in Italia. A condizione di rimanerci per almeno un biennio. Benefici che si applicheranno solo a partire dal 2020 perchè farà fede la dichiarazione dei redditi 2019.


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