Studenti e ricercatori

Chiamata in ruolo dei ricercatori universitari, rimessa alla Consulta la scelta discrezionale delle università

di Amedeo Di Filippo

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Con l'ordinanza 858/2019 il Tar Calabria ha rimesso al giudizio della Corte costituzionale la legittimità dell'articolo 24, comma 6, della legge 240/2010 nella parte in cui prevede che la scelta di attivare la procedura di valutazione dei ricercatori a tempo indeterminato, finalizzata alla loro chiamata nel ruolo di professore, sia subordinata ad una scelta discrezionale dell'università anziché costituire un diritto del ricercatore come invece previsto per quelli a tempo determinato. Quasi in contemporanea, il Miur ha approvato il Piano straordinario per la progressione di carriera dei ricercatori.


La vicenda
La questione ha origine dal ricorso presentato da un ricercatore confermato, dotato di abilitazione scientifica nazionale, per l'annullamento della nota con cui l'università ha rigettato l'istanza di essere sottoposto alla valutazione prevista dall'articolo 24, commi 5 e 6, della legge “Gelmini” 240/2010, chiedendo l'accertamento del proprio diritto soggettivo ad essere sottoposto alla valutazione.

I due commi prevedono, rispettivamente, che nel terzo anno di contratto l'università valuti ricercatore ai fini della chiamata nel ruolo di professore associato e in caso di esito positivo venga inquadrato in ruolo; e che la suddetta procedura può essere utilizzata per la chiamata nel ruolo di professore di prima e seconda fascia di professori di seconda fascia e ricercatori a tempo indeterminato in servizio nella stessa università, la quale può utilizzare parte delle risorse equivalenti a quelle necessarie per coprire i posti disponibili di professore di ruolo.


Le ragioni
Il ricorrente lamenta l'illegittimità costituzionale del comma 6 per ingiustificata disparità di trattamento in quanto, nonostante l'equivalenza delle modalità di reclutamento, delle mansioni e dell'impegno didattico tra ricercatori a tempo indeterminato e determinato, quest'ultimo ha diritto di essere sottoposto alla procedura valutativa il cui esito positivo determina l'ingresso il ruolo, il primo può accedere al ruolo mediante lo stesso meccanismo valutativo solo subordinatamente ad una scelta ampiamente discrezionale dell'università ed entro la data del 31 dicembre 2019.

L'università ha sostenuto nel giudizio che la riforma del sistema delle docenze e delle procedure di chiamata dei professori non consente di sovrapporre le due figure di ricercatore, tanto per sistema di reclutamento quanto per mansioni e regime di impiego. Ragioni che però non hanno incontrato l'apprezzamento del Tar Calabria che con l'ordinanza 858 solleva questione di legittimità costituzionale del comma 6 nella parte in cui prevede che a procedura di valutazione dei ricercatori a tempo indeterminato sia discrezionale e con termine ultimo del 31 dicembre 2019.


La disparità di trattamento
In effetti, rilevano i giudici calabresi, l'articolo 24 prevede per l'università un obbligo di valutazione nell'un caso e la sola facoltà nell'altro, una scelta che stigmatizzano come “priva di ragionevolezza cd. estrinseca”: se la finalità della legge è quella di selezionare i meritevoli, non è comprensibile la scelta di non dare chance a coloro che abbiano le “carte in regola”, salvo il possibile esito negativo della valutazione, finendo per sottoporli alla logica delle chiamate “di favore” che la riforma intende elidere. Per i ricercatori confermati dunque di crea, rispetto ai colleghi a tempo determinato, un limite alla chiamata diretta senza una ragionevole giustificazione.

Vi è quindi una violazione del principio di uguaglianza, posto che l'omogeneità delle situazioni trattate distintamente dal legislatore nella chiamata diretta si delinea nei tratti essenziali che disciplinano le due figure, che i giudici riscontrano sovrapponibili in tema di reclutamento (pubblico concorso con valutazione di titoli e pubblicazioni); di mansioni, consistenti in ricerca, didattica, didattica integrativa e di servizio agli studenti; di impegno nei primi 3 anni con le 350 ore del tempo pieno.

Ma vi è anche una violazione del canone di buon andamento di cui all'articolo 97 della Costituzione in quanto, seppure rientra nella discrezionalità del legislatore favorire il ricambio generazionale nell'ambito dell'istruzione universitaria, il perseguimento di tale obiettivo deve essere bilanciato con l'esigenza di mantenere in servizio docenti in grado di dare un positivo contributo per la particolare esperienza professionale acquisita in determinati o specifici settori e in funzione dell'efficiente andamento dei servizi. Da questo punto di vista, è contrario al principio di buona amministrazione ostacolare la progressione di ricercatori con esperienza solo perché entrati nel vigore di una pregressa disciplina.


Il Piano straordinario
A proposito di ricercatori a tempo indeterminato, il Miur ha pubblicato sul proprio sito il Dm 364 dell'11 aprile 2019, con cui adotta il Piano straordinario per la progressione di carriera, che fa perno proprio sull'articolo 24, comma 6, della legge 240/2010. Le relative risorse sono state previste dall'ultima legge di bilancio a valere sul Fondo per il finanziamento ordinario delle università, mediante le quali poter operare, in deroga alle vigenti facoltà assunzionali, la progressione di carriera dei ricercatori universitari a tempo indeterminato in possesso di abilitazione scientifica nazionale, nel limite di 10 milioni di euro a decorrere dal 2020.

Queste risorse vengono assegnate alle istituzioni universitarie statali, comprese quelle ad ordinamento speciale, al fine di consentire circa 676 progressioni di carriera dei ricercatori. Vengono assegnate in parte in misura fissa per ogni istituzione e in parte in ragione del numero di ricercatori in servizio al 31/12/2018.


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