Pianeta atenei

Gli atenei si candidano ai servizi di welfare

di Eu.B.

Accanto alla formazione e alla ricerca le università da anni svolgono una «terza missione», intesa come l’insieme delle attività messe in campo per entrare in contatto con la società. Un concetto che, alla luce dell’Agenda 2030 dell’Onu, necessita di un “tagliando”. A suggerirlo è un altro paper (a firma Marco Esposito dell’Università Parthenope di Napoli) di cui si discuterà a Udine e che immagina una lista di servizi innovativi che gli atenei - con il supporto di partner pubblici e privati - devono programmare: abitativi, familiari, di assistenza e cura, di formazione specificamente mirata all’inclusione sociale.

Il paper racchiude tutti questi interventi nell’area del Welfare sociale. Che parte dalle misure di Welfare aziendale (telelavoro, smart working, flessibilità oraria per conciliare vita e lavoro) per i suoi lavoratori ma non può fermarsi là. Nonostante molti atenei abbiano già adesso un “Piano Welfare” con un budget a disposizione dei dipendenti, che in alcuni casi (Ca’ Foscari e Politecnico di Torino) è spendibile alla stregua di un conto corrente personale. Nel guardare avanti lo studio auspica un allargamento verso l’esterno - da aziendale a sociale appunto - del concetto di Welfare delle università. Con un occhio di riguardo per i soggetti più vulnerabili: persone in condizione di disagio sociale, minoranze, minori, richiedenti asilo.

Il suggerimento è quello di utilizzare alcune iniziative già esistenti (come le cliniche legali) ampliando la gamma dei suoi destinatari. Oppure di contribuire realmente alla stesura dei patti di formazione previsti dal reddito di cittadinanza. Fino a incentivare forme di volontariato rivolte alla cura e alla assistenza sanitaria extra-moenia. Un tema estremamente sensibile in un Paese che vede l’offerta ospedaliera ridursi di anno in anno.


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