Pianeta atenei

Per gli atenei del Sud piani di sviluppo ad hoc

di Eugenio Bruno

Il ministero dell’Istruzione prova a travestirsi da “personal trainer” degli atenei in difficoltà. Al Mezzogiorno ma non solo. Avviando una cura personalizzata sulle esigenze delle singole università. Scommettendo sui loro punti di forza ed aiutandole a risolvere le eventuali criticità. Eventualmente intervenendo anche sulla ripartizione premiale del Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) senza intaccare i criteri unitari di indirizzo e ripartizione dell’intero sistema nazionale.

Un progetto che si incrocia con l’idea di esportare le accademie italiane nel mondo di cui abbiamo scritto su questo giornale prima di Natale.

Al via i primi tavoli

Il percorso è già in atto. Il capo dipartimento Alta formazione del Miur, Giuseppe Valditara, ha programmato una serie di incontri one-to-one con i singoli rettori per elaborare un piano di sviluppo e miglioramento ateneo per ateneo. I primi faccia a faccia si sono svolti la settimana scorsa con le università della Calabria, della Basilicata e di Bari. Con il “magnifico” dell’università cosentina, Gino Crisci, si è parlato sia delle esigenze degli studenti, affrontando il tema della scarsa internazionalizzazione delle matricole e delle necessità del campus universitario di Arcavacata, sia della necessità di valorizzare le eccellenze presenti. Tanto nella didattica quanto nella ricerca. In primis farmacia e informatica. Una delle ipotesi sul tavolo porta ad esempio all’avvio, proprio in terra calabra, di un dottorato sull’intelligenza artificiale.

Gli altri incontri programmati

L’agenda di Valditara è fitta di scadenze già in agenda. Nei prossimi giorni toccherà ai rettori di tre atenei siciliani: Catania, Palermo e Messina. A seguire sarà la volta della campana “Luigi Vanvitelli”. Con le università siciliane è presumibile che il discorso parta dalla sostenibilità dei bilanci. E in particolare delle spese di personale - Palermo e Catania sono al 76%, Messina al 75% - provando ad esempio a ragionare sulle modalità di potenziamento delle infrastrutture di ricerca interne. Nell’ottica di valorizzare i punti di forza con loro si potrebbe anche cominciare a discutere del brand esportabile all’estero di “Università della Magna Grecia”, sfruttando lo strumento del consorzio o della federazione prevista dalla legge 240/2010 e rimasta finora quasi ovunque sulla carta.

Uno sguardo all’estero

Su questo punto le iniziative in cantiere si incrociano con quelle per la “diplomazia della ricerca” avviate dallo stesso Valditara alla fine del 2018 (su cui si veda Il Sole 24 Ore del 24 dicembre) per portare oltre i confini nazionali l’offerta formativa italiana. E, visti i bassissimi tassi di internazionalizzazione dei nostri atenei, per reperire in loco talenti da coltivare e preparare al mercato del lavoro. Un piano che riguarda da vicino anche le accademie e i conservatori. Non solo in teoria ma anche in pratica. Come dimostra la scelta del Conservatorio romano di Santa Cecilia di avviare dei corsi anche in Cina. Una scelta culturale che avrà anche il suo ritorno economico però. Come dimostrano i 18mila euro che 200 studenti cinesi sono pronti a pagare per seguire, in house, le lezioni dei prof italiani.


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