Pianeta atenei

Il numero chiuso a Medicina divide politici e camici bianchi

di Barbara Gobbi

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Se ne era parlato in odor di legge di Bilancio e se ne riparla ora. A testimonianza che sulla proposta di abolire il numero chiuso a Medicina il governo gialloverde ha tutta l’intenzione di lavorare. Lo ha confermato il ministro dell’Interno Matteo Salvini due giorni fa, accogliendo con entusiasmo l’idea, partita dal rettore dell’università di Ferrara Giorgio Zauli, di eliminare la barriera all’ingresso. «Via il numero chiuso a Medicina: diritto allo studio e al lavoro per tanti ragazzi, diritto alla salute per tanti Italiani. Sono d’accordo!», recitava il tweet del vicepremier.

E anche la titolare della Salute Giulia Grillo, a margine dell’inaugurazione dell’anno accademico all’università Cattolica ieri a Roma, si è detta «assolutamente favorevole». «Ritengo - ha precisato - che in questa prima fase ci debba essere una progressività, parliamo prima di una rimodulazione. Quindi non nell’immediato, perché bisogna fare una programmazione seria». E il Miur è in sintonia: la cancellazione del numero chiuso è un obiettivo a cui tendere con «un percorso in progress». Da un lato allargando le maglie dell’accesso, dall’altro potenziando l’orientamento ex ante, fin dalla scuola.

Uno dei modelli allo studio, supportato dalla Lega, è ispirato alla Francia: accesso libero con successiva scrematura al primo anno di corso universitario (così come proposto da Ferrara), che farebbe da “seconda gamba” alla formazione alle superiori. Una sperimentazione avviata al liceo Leonardo da Vinci di Reggio Calabria e oggi estesa a un’ottantina di istituti introduce nell’ultimo triennio materie sanitarie. Dai primi riscontri il 40% degli studenti, una volta toccato con mano il percorso biomedico, rinuncerebbe al sogno del camice bianco. Una selezione naturale che, sommata allo sbarramento al primo anno di università, abbatterebbe il numero degli iscritti a Medicina rendendo sostenibile l’abolizione del numero chiuso. Prospettiva oggi impossibile: ogni anno si presentano 60-70mila ragazzi per 9-10mila posti.

Sperimentazioni a parte, sul numero chiuso vige ancora massima cautela. I primi a precisare sono i rettori. Ma a frenare è nel complesso tutta la categoria dei camici bianchi. Filippo Anelli, presidente della Federazione degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri, boccia in toto la proposta come l’ennesima «boutade elettorale che rischia di illudere i giovani, infrangendo poi le loro speranze contro l’incapacità di programmare del governo».

E il segretario dell’Anaao Assomed, Carlo Palermo, accende i riflettori su quelle che da anni sindacato e ordini indicano come le vere priorità per la categoria: l’imbuto formativo che impedisce ai medici laureati di accedere a un contratto di formazione specialistica; la gobba pensionistica che raggiungerà l’apice tra il 2018 e il 2022 con uscite di 6-7mila professionisti l’anno; il peggioramento delle condizioni di lavoro, tra blocco del turnover, che neanche il Dl Semplificazioni è riuscito a eliminare, e mancato rispetto della direttiva Ue sull’orario di lavoro; il mancato rinnovo del contratto della dirigenza, in stallo da dieci anni.

Al ministero della Salute si sta lavorando per sciogliere questi nodi, che in parte saranno affrontati nel prossimo Patto per la salute, da firmare entro marzo. Ma la realtà dei fatti oggi è critica: «Diecimila medici restano senza uno sbocco post laurea - ricorda Palermo - con il risultato che molti vanno a specializzarsi all’estero. Professionisti su cui lo Stato ha investito tra i 150 e i 250mila euro».

Per non parlare della fuga nel privato, che in alcune regioni sfiora il 10 per cento. Tra le proposte quella che raccoglie più consensi passa da contratti di formazione-lavoro nei teaching hospital, una rete di strutture sanitarie d’eccellenza non universitarie. Ma il cortocircuito da risolvere è in questi numeri, messi in fila dall’Anaao: nei prossimi 5 anni si laureeranno in Medicina in 52mila, a fronte di una capacità formativa post laurea di 31mila unità e con pensionamenti che toccheranno i 45mila medici, senza contare l’impatto di Quota 100. Una tempesta perfetta rispetto alla quale l’abolizione del numero chiuso, ai medici sembra quasi una beffa.


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