Pianeta atenei

Lauree triennali a corto di lavoro

di Eugenio Bruno

Nel mondo della musica il giugno del ’99 ha rappresentato uno spartiacque. Con la nascita di Napster e delle prime condivisioni in rete cambiava, forse per sempre, la modalità di fruizione dei brani. In quegli stessi giorni, anche l’università viveva una svolta storica. Grazie al “processo di Bologna” che sulla spinta del ministro dell’epoca, Luigi Berlinguer, puntava a un sistema europeo dell’istruzione superiore in cui studiare, formarsi e trovare un lavoro sarebbe stato più facile per tutti. E invece, soprattutto in Italia, si è sostanziato nella nascita del “3+2”, al posto delle vecchie lauree quadriennali o quinquennali. Con luci e ombre, come dimostrano i numeri. Soprattutto sul fronte degli sbocchi occupazionali per i titoli triennali che, 20 anni dopo, restano ancora limitati.

Più laureati ma ancora pochi occupati

Luci e ombre dicevamo. Partiamo dalle prime. Le statistiche ci consegnano diversi segni più. Non solo rispetto al 1999 ma anche sul 2004 quando il sistema del “3+2” ha assunto la formulazione attuale (lauree triennali più magistrali biennali oppure a ciclo unico). Da allora la regolarità degli studi è più che triplicata, passando dal 15,3% al 51,1% del 2017; l’aumento della frequenza alle lezioni è salita dal 55,4% al 69,0%, l’età media alla laurea è scesa da 27,8 anni a 26. E i laureati nella fascia di età solo arrivati al 26,7%, contro il 10% pre-riforma. Ancora pochi però. Come gli iscritti totali che, dopo il boom post-riforma, hanno ripreso a scendere.

Il quadro si fa ancora più fosco se ci concentriamo sugli sbocchi lavorativi. Come dimostra l’ultima indagine di AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati. Innanzitutto perché il 58,6% prosegue con la magistrale, che viene percepita come più spendibile sul mercato. Del restante 40,4% che non prosegue, a un anno dal titolo risulta occupato il 71,1%: di questi, il 56,0% ha un contratto a tempo indeterminato, il 52,8% fa un lavoro coerente con il titolo di studio e guadagna 1.107 euro netti mensili. Tutti valori al di sotto dei livelli pre-crisi e comunque inferiori alle magistrali.

La necessità di un tagliando

A chiedere una riflessione sul “3+2” è il presidente di AlmaLaurea. Al Sole 24 Ore del Lunedì, Ivano Dionigi sottolinea: «Se il 58% si iscrive alla magistrale è evidente che il sistema delle lauree triennali non è decollato. Serviva un titolo triennale finito che a 21-22 anni permettesse ai giovani di immettersi sul mercato del lavoro. Ma per riuscirci - aggiunge - servivano dei corsi parametrati sulla domanda e non sull’offerta. Purtroppo si è pensato più a tutelare le posizioni dei docenti che le esigenze degli studenti». A suo giudizio, una via d’uscita potrebbe arrivare ora dalle professionalizzanti al debutto quest’anno. Un auspicio condiviso dal segretario generale della Crui, Alberto De Toni: «Con le professionalizzanti che sono realmente tali si potrebbe immaginare un tagliando delle triennali», dice. Invitando tutti a essere meno drastici nel giudizio su quello che chiama “3 e 2“». «Il “3 e 2” - spiega il rettore di udine - nasceva per rispondere a tre esigenze: allinearci al sistema europeo del bachelor triennale e del master biennale, ridurre i tassi di abbandoni, dare mobilità di scelta sia geografica che sui contenuti. E tutti e tre - chiosa - sono stati portati a casa». Sulla stessa lunghezza d’onda anche il padre della riforma, Luigi Berlinguer, che suggerisce di distinguere «da corso di laurea in corso di laurea e invita il governo a utilizzare la prossima ministeriale che si svolgerà in Italia per rilanciare l’idea di un titolo realmente europeo che consenta ai nostri ragazzi di accedere al mercato professionale dell’intera Ue».


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