Studenti e ricercatori

Offerta formativa da aggiornare nei programmi e nei metodi di insegnamento

di Federico Visconti*

L’Università italiana cammina sui carboni ardenti e discuterne in chiave costruttiva (come ha fatto questo giornale «Università dimenticata e tutti contro tutti», Il Sole 24Ore 30/11/2018) non è opportuno, è necessario.

Nella Scuola e nella Università affondano le radici di un Paese. In queste istituzioni crescono le donne e gli uomini che lo sosterranno in futuro e ne miglioreranno, auspicabilmente, le condizioni di vita.

Personalmente, ritengo che le radici scientifiche e culturali dell’offerta formativa italiana, oltre che uniche e distintive, siano di valore. Un riscontro, dal profondo significato simbolico: i positivi risultati dei nostri giovani che vanno a lavorare all’estero tanto quanto quelli di chi ci va per completare il proprio ciclo di studi Universitari, con un Master, una Laurea Magistrale o un Phd. Non parlo di qualche centinaio di cervelli migliori di colleghi che hanno studiato in Università blasonate e con maggiori risorse delle nostre. Parlo delle centinaia di migliaia di giovani italiani che lavorano a Londra, Berlino, Barcellona, New York. Sono cresciuto nell’era dei distretti, quando Biella, Sassuolo e la Brianza riempivano il mondo di tessuti, piastrelle e divani. Presto o tardi, dovremo guardare in faccia la realtà: ai nostri giorni, stiamo esportando competenze e idee, energie e passioni, risorse culturali e abilità relazionali.

Se ciò accade, è perché qualcosa di buono nelle nostre aule succede. Una risorsa fondamentale dell’Università italiana è la capacità di gestire un punto di equilibrio, tanto sottile quanto dirimente. È “l’equilibrio pedagogico” tra ciò che cambia per effetto della tecnologia e ciò che permane in virtù della natura umana, della capacità di apprendere, dello spirito di adattamento. Una certa enfasi sugli aspetti teorici avrà anche dei limiti, ma sviluppa eccellenze a livello di capacità di astrazione, di concettualizzazione, di generalizzazione. Prendo a prestito una metafora: l’albero della conoscenza. Se le competenze tecniche che servono al mondo del lavoro cambiano sempre più rapidamente, se le “foglie della conoscenza” nascono e muoiono con un tic (o con un click!), che valore ha un processo formativo imperniato sulla “pratica”? Ben vengano gli investimenti su ciò che permane, sull’albero e sulle sue radici. Solo così si possono nutrire le foglie e alimentarne il ricambio. In sintesi: la rincorsa al cambiamento rischia di produrre abitudine, stereotipi, addestramento acritico, forse anche un certo non so che di ideologico. Alimentiamola con il life-long learning ma non illudiamoci. Abbiamo sempre più bisogno di long-lasting learning ed è innegabile che, su questa dimensione, la nostra tradizione giochi a favore.

Ma le medaglie hanno sempre due facce. Per tutelare il buono che c’è ma soprattutto per fronteggiare le dinamiche strutturali del mercato internazionale della formazione dobbiamo essere consapevoli dei punti di debolezza e delle priorità d’intervento.

Due punti di debolezza, tra i principali, lasciando sullo sfondo l’ormai patologica scarsità di investimenti. Il primo riguarda i contenuti dell’offerta formativa. Tendenzialmente, in Italia si fatica a gestire l’evoluzione degli insegnamenti, ad inserire corsi nuovi e ad eliminare materie non più al passo con i tempi. Così come non si è particolarmente reattivi nell’innovare nei metodi di insegnamento, nel dare spazio alla didattica esperienziale, agli esempi applicativi, ai bagni di empiria. Poca pratica, troppa grammatica. Vale per l’Università ma credo valga anche per la Scuola.

Il secondo è relativo ai modelli di gestione degli Atenei. La sensazione è che all’estero le Università siano più allenate a prendere decisioni, a praticare i trade off, a proiettarsi in avanti. Più abituate (o sollecitate dal mercato?) a superare approcci conservativi, ad abbandonare progetti non performanti, a rispettare le regole del gioco (poche e chiare), a cambiare direzione strategica, rivoluzionando quando necessario la governance e ridefinendo alla radice la proposta di valore.

Due priorità d’intervento, tra le principali. Innanzitutto la rimozione dei vincoli normativi e burocratici che rallentano il cambiamento dei programmi e il funzionamento della macchina, vincoli efficacemente battezzati dalle parole di un Ministro della passata legislatura come «persistente malattia giuridica dell’Università italiana». In secondo luogo, l’esigenza di ridare peso e dignità al ruolo della didattica, da troppo tempo sacrificata all’altare della ricerca. Non possiamo dimenticare che Scuola e Università hanno il compito di contribuire alla costruzione dell’identità personale, culturale e sociale dei giovani. Che vuol dire: far maturare il senso di responsabilità della persona, esercitare al pensiero critico, far sperimentare la complessità relazionale, esporre al rischio, catapultare nel problem solving, allenare alla tensione e alla fatica, formare alle differenze tra semina e raccolto. Il pendolo tra “saper fare“ e “saper essere” non può permettersi troppe oscillazioni. Se tutto questo è vero, ed è vero, la didattica deve essere posta (riposta) al centro dell’attenzione, anche nei percorsi di carriera dei docenti.

Le maggiori responsabilità nel dar corpo al cambiamento toccano a noi, attori protagonisti della “filiera lunga”, quella che attraversa la Scuola superiore, l’Università, le imprese, le istituzioni. La barca è la stessa e ogni tanto, data la posta in gioco, avverto sensazioni da Arca di Noè o giù di lì. Con una nota bene finale: sulla barca ci sono anche i giovani. Anche a loro è chiesto di mobilitarsi e le occasioni, messa da parte la retorica del “non ci sono più i giovani di una volta”, non mancano. A mo’ di provocazione, per cominciare, basterebbe che iniziassero a dimensionare correttamente il potenziale del loro smartphone. Per soddisfare le proprie aspettative di crescita professionale (quelle della mitica piramide di Maslow) in futuro ci vorrà ben altro.

* Rettore della LIUC – Università Cattaneo
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