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«Serve un network, nella torre d’avorio l’eccellenza muore»

di S.Pi.

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Nel programma di mandato Vincenzo Barone, dal 2016 direttore della Normale di Pisa, aveva indicato la nascita di una Normale al Sud. Quando si è passati dalle parole ai fatti, con la previsione inserita nella manovra di bilancio, il progetto è stato avversato da tutti: docenti della Normale, studenti, sindaco di Pisa.

Perché non è piaciuto un progetto annunciato?

Nessuno ha mai creduto che l’avrei fatto davvero. Quando hanno visto una legge scritta, finanziata con 50 milioni di euro, sono caduti dal pero. L’operazione ha dato fastidio.

Un finanziamento di 50 milioni in tre anni è consistente.

È meno della metà di quanto riceve la Normale, che conta su un finanziamento ordinario di circa 40 milioni all’anno. La nuova Scuola di Napoli avrebbe avuto una ventina di milioni l’anno con la metà degli studenti di Pisa, 30 in tutto.

Perché serve una Scuola d’eccellenza al sud?

L’Ecole normale supérieure di Parigi è 50 volte più grande di noi. L’idea che in Italia solo 60 studenti della Normale o 120 del Sant’Anna siano meritevoli di una formazione di questo livello è demenziale. Questo tipo di formazione deve essere più larga e più diffusa sul territorio, e deve servire da spinta e da laboratorio per le università generaliste.

La Sant’Anna di Pisa però la pensa diversamente..

Ritengono che si debba crescere localmente, io penso che si debba formare un network. Sono modelli diversi che possono coesistere. In ogni caso 180 studenti all’anno sono un po’ pochini per formare la classe dirigente del Paese.

Dunque il progetto di sviluppare una rete di Scuole d’eccellenza è tramontato?

È evidente che è tramontato, perché la scuola che ora nascerà a Napoli è un’altra cosa. La farà l'Università Federico II da sola, sarà simile alla Galileiana di Padova o a quella di Catania.

Ora che si è dimesso, andrà lei a Napoli a guidare questa scuola?

Non ho mai pensato di andarci e non ci andrei mai. Ho impostato la mia vita a Pisa, ho appena ristrutturato casa qui e rimarrò docente della Normale. Magari mi prenderò un periodo di riposo.

Si è persa un’occasione?

Abbiamo perso una grande occasione. Per tanti motivi, tra cui l’autorefenzialità della Scuola Normale: docenti e allievi ritengono che qualunque allargamento significhi abbassare il livello.

Lei aveva innovato una tradizione lunga più di 200 anni spingendo anche per aumentare le insegnanti donne. La Normale è allergica al cambiamento?

C’è l’idea che qualunque cosa faccia andare sui giornali sia negativa: bisogna rimanere nella torre d’avorio con l’eccellenza e la tradizione. Nel documento del Senato accademico c'è scritto che ho violato “una lunga tradizione di democrazia”.


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