Studenti e ricercatori

Università italiane in formato export

di Eugenio Bruno

Si scrive «diplomazia della ricerca». Si legge chance per gli atenei italiani di collaborare con le università straniere. Fino ad aprire una o più sedi oltreconfine. Nel tentativo di internazionalizzare un sistema accademico sin troppo autarchico. Con appena l’1% dei docenti a contratto e il 5% degli studenti che arrivano dall’estero. E con l’obiettivo, tutt’altro che secondario, di aprire una “via della seta” del terzo millennio alle imprese tricolori.

Il progetto è già partito. Prima tappa, probabilmente già a gennaio, in Marocco.

A lanciare l’idea di una «diplomazia della ricerca» è stato il 22 novembre scorso, nel corso del convegno Esof organizzato alla Farnesina, il capo dipartimento Università del Miur, Giuseppe Valditara. Ma, a quanto pare, siamo ben oltre la dichiarazione di intenti. L’operazione - che coinvolge i ministeri degli Affari esteri e dell’Istruzione, oltre alla Conferenza dei rettori e al Cnr - sta per trasformarsi in un primo memorandum d’intesa. Che vede protagonista, come controparte, il governo di Rabat.

Il documento in corso di definizione punta esplicitamente a rafforzare la cooperazione scientifica e accademica tra l’Italia e il Marocco. Battendo ogni strada. L’intenzione è quella di andare oltre lo scambio di docenti e ricercatori. Da qui la proposta di avviare doppie lauree o titoli congiunti. Oppure di creare laboratori di ricerca e innovazione o dipartimenti universitari. Fino all’apertura di vere e proprie sedi distaccate. Tutto ciò che potrebbe servire alle aziende di casa nostra per fare innovazione sul campo e intercettare i talenti del futuro prima dei loro competitor. Continentali e non.

In quest’ottica, il Marocco dovrebbe essere solo il primo di un gruppo più ampio di partner strategici. Di cui potrebbe fare parte, ad esempio, la Malesia. Oppure la Sud Corea, con cui si sta pensando di avviare un’iniziativa analoga a “Italia-Cina”.

Nel gruppo potrebbero poi rientrare la Russia, se si pensa alla matematica, all’informatica o all’intelligenza artificiale, o l’Ucraina. Oppure il Brasile, se lo sguardo va alla robotica. E anche l’Argentina, se a interessare dovesse essere lo spazio. In una sorta di “code sharing” dell’innovazione che punta a rimettere l’Italia al centro del sistema della ricerca europea.

Al di là dello storico nodo delle risorse a disposizione, che vede l’Italia arrancare ancora nella spesa complessiva per ricerca e sviluppo, gli altri “fondamentali” in materia sembrano buoni. Come dimostra il nostro ottavo posto al mondo per numero di pubblicazioni scientifiche. Che diventa il terzo se il raffronto lo si fa sulle risorse investite, con 3,5 articoli ogni milione di dollari investiti in ricerca, così da piazzarci anche davanti agli Usa. E un altro segnale di incoraggiamento arriva dal programma Prima (Partnership for research and innovation in the Mediterranean area). Su 18 bandi, i consorzi italiani coinvolti sono 15. E in nove casi il nostro Paese si è aggiudicato anche il coordinamento del progetto.

Nel solco della «diplomazia della ricerca» cara a Valditara si inserisce anche un’altra iniziativa recente. E cioè la designazione in seno all’Eosc - il cloud europeo della ricerca - del rappresentante italiano che per anni non era stato nominato. Un sistema di circolazione del sapere scientifico che, in un prossimo futuro, potrebbe essere esteso anche all’Africa. Sfruttando l’esperienza delle università italiane in Etiopia. Nell’ottica di anticipare i prossimi sviluppi tecnologici, anziché subirli.


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