Studenti e ricercatori

Ricerca di qualità ma i «cervelli» fuggono e nessuno sceglie l’Italia

di Marzio Bartoloni

Dall’Europa arriva una buona notizia: i ricercatori italiani sono i migliori, subito dopo i tedeschi. La conferma della bontà del nostro “vivaio scientifico” arriva dall’ultimo round di finanziamenti da quasi 600 milioni che il Consiglio europeo della ricerca - una delle storie di successo della Ue - ha appena assegnato a 291 ricercatori top provenienti da 40 Paesi in base a curricula e progetti presentati: tra questi 35 sono italiani. Siamo, come detto, i secondi in questa classifica speciale della ricerca dopo i tedeschi che hanno conquistato 49 borse - i prestigiosi consolidator grant destinati a scienziati con carriere promettenti - che valgono in media 2 milioni di euro. Dietro di noi francesi (34), britannici (27) e più lontano gli spagnoli (17).

Le buone notizie però finiscono qui. Perché dei 35 italiani solo 13 hanno deciso di restare nei nostri centri o nelle nostre università per spendere i fondi vinti per fare ricerca (con i quali si possono assumere giovani assistenti o comprare attrezzature). Due cervelli italiani su tre tra i vincitori di grant hanno infatti scelto un altro dei 21 Paesi che ospiteranno i migliori scienziati d’Europa. Questa non è una novità, ma solo un nuovo capitolo della storia infinita della fuga dei cervelli. Storia non scevra dalla retorica perché racconta solo una parte di verità: qualunque scienziato troverebbe normale un po’ di mobilità nella sua carriera. Il problema - e qui sta la seconda brutta notizia, forse quella più negativa - è che tra i 256 vincitori di altre nazionalità solo in due hanno deciso come meta delle loro ricerche l’Italia (uno al San Raffaele di Milano e l’altro all’Istituto europeo di Fiesole). E così come Paese “ospitante” scendiamo in classifica all’ottava posizione (dopo gli spagnoli). Con Regno Unito, Germania e Francia nel podio dei Paesi più scelti.

Un segnale, questo, della bassa attrattività del nostro sistema di ricerca che paga sicuramente i tagli del passato e le infrastrutture non sempre all’avanguardia, ma anche il peso di una burocrazia che rende difficile anche l’acquisto di un microscopio. Il fenomeno è confermato dagli oltre 10 anni di storia dell’Erc durante i quali ha finanziato (con oltre 12 miliardi) più di 7mila cervelli. A beneficiarne anche 794 ricercatori italiani: di questi 427 sono rimasti in Italia mentre in 367 - un numero quasi fisiologico - sono andati in un altro Paese. Quello che colpisce è che in oltre 10 anni dall’estero sono arrivati in Italia solo 38 ricercatori contro gli 889 ospitati dal Regno Unito, i 380 dalla Germania e i 303 dalla Francia. Numeri che dicono con chiarezza, più di ogni giro di parole, che il problema è che nonostante il nostro Paese vanti tra i piloti da corsa migliori al mondo qui si rischia di far loro guidare una utilitaria. «Non è soltanto un problema di fondi», conferma Gaetano Manfredi, rettore della Federico II e presidente della Crui, la Conferenza dei rettori italiani. «Quello che spaventa più spesso gli stranieri - aggiunge Manfredi - sono le difficoltà e la burocrazia che possono rendere difficile portare avanti un progetto di ricerca, senza contare il fatto che qui in Italia ci sono vincoli per fargli avere stipendi più alti che tra l’altro sarebbero pagati dagli stessi fondi europei previsti nella borsa».

Lo spreco quindi è doppio. Perché oltre a perdere cervelli e a non attrarli rinunciamo ai preziosi fondi Ue che si portano dietro. Fondi che ormai sono più alti di quelli nazionali.

Eppure non mancano esempi positivi. Come quello di Giuseppe Vicidomini. Un cervello 40enne rientrato dalla Germania nel 2011 per lavorare all’Istituto italiano di tecnologia di Genova: qui sta studiando nuovi microscopi in grado di osservare le biomolecole all’interno di un sistema cellulare vivente per studiare il loro comportamento e comprendere le cause di alcune malattie e il processo di invecchiamento umano. Anche la fisica è una delle oasi italiane della ricerca come dimostrano i grant a due ricercatori dell’Infn - Elisabetta Baracchini e Massimiliano Fiorini - per lo sviluppo di rivelatori nella ricerca sulla materia oscura e per la rivelazione di fotoni singoli.

Esempi positivi da tenere ben in mente, già da oggi quando a Bruxelles i ministri della Ricerca dell’Unione europea saranno chiamati a dare il primo via libera al nuovo programma quadro per la ricerca e l’innovazione in Europa dal 2021 al 2027 che sarà denominato Orizzonte Europa. Questo programma potrebbe avere un budget superiore a Horizon 2020 di cui prenderà il posto, passando dagli attuali 80 a 120 miliardi. Fondi che in futuro l’Italia non può più permettersi di perdere.


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