Studenti e ricercatori

Bene occupazione e stipendio, crolla la soddisfazione: il paradosso del dottorato di ricerca secondo l'Istat

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Ieri mattina Istat ha diffuso i dati relativi alla Terza indagine sull'inserimento professionale dei dottori di ricerca. Si tratta di un'indagine importante, che da qualche anno ha colmato il vuoto di conoscenze sul futuro dei dottori di ricerca italiani. A giudizio di Adi (Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani ), i dati dell'indagine dipingono un quadro molto variegato sul futuro dei dottorandi italiani.
Una prima buona notizia arriva dai dati occupazionali: a sei anni dal conseguimento del titolo il 93.8% dei dottori di ricerca ha un lavoro; una percentuale molto elevata, che arriva addirittura al 96% nell'ingegneria industriale e dell'informazione. Bisogna però considerare che il 24.1% dei dottori di ricerca lavora nel settore dell'istruzione universitaria.


Buone notizie anche dai portafogli dei dottori di ricerca: a sei anni dal titolo il reddito mediano mensile è di 1789 euro. Tra i paperoni ci sono i medici (2400 euro), mentre chiudono la classifica i dottori in scienze dell'antichità filologico-letterarie (1517 euro).
È infine in aumento la quota di dottorandi stranieri sul totale, che passa dal 2.2% del 2004 al 10.1% del 2014.
I dati Istat proiettano però anche parecchie ombre sulla carriera dei giovani ricercatori in Italia.


Per cominciare, solo il 10% dei dottori di ricerca diventa professore o ricercatore universitario, una percentuale molto vicina a quella indicata nella VII Indagine ADI su Dottorato e PostDoc. All'estero la percentuale è più che doppia, e vicina al 25%. Questo significa che le chance di avere una carriera nella ricerca scientifica raddoppiano per i giovani ricercatori che scelgono di emigrare dal nostro paese.


Non è un caso, dunque, che il 17.2% dei dottori di ricerca italiani viva all'estero. Una percentuale altissima, che testimonia la gravissima situazione del settore ricerca e sviluppo in Italia. A causa dei tagli all'istruzione, le università non sono in grado di assorbire i dottori di ricerca, malgrado abbiano disperato bisogno di un ricambio del personale docente, in forte contrazione da ormai dieci anni. D'altra parte, il settore privato investe sempre meno in ricerca e sviluppo (solo il 69.8% degli occupati riferisce di svolgere attività in questo settore, in netta diminuzione rispetto al 73.4% del 2008). Ad ulteriore conferma, solo il 15.2% dei dottori di ricerca occupati prima del conseguimento del titolo asserisce di aver migliorato la propria posizione lavorativa. In questo contesto, la scelta lasciare il proprio paese appare non solo logica, ma quasi forzata.


È in quest'ottica che va letto il dato relativo ai dottorandi che scelgono di trascorrere un periodo di studio all'estero, che aumenta del 16.7% in dieci anni. Mete preferite dai dottorandi italiani sono gli Stati Uniti (18.2%), il Regno Unito (15.5%) e la Germania (11.1%).
Preoccupante, infine, il dato sulla soddisfazione relativa al percorso di formazione dottorale. Quasi il 40% dei dottori di ricerca, infatti, tornerebbe sui proprio passi e non si iscriverebbe allo stesso corso di dottorato, una percentuale in aumento di 10 punti in dieci anni. Tra le principali cause di insoddisfazione, la bassa qualità della didattica offerta nei corsi di dottorato dagli atenei italiani.


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