Studenti e ricercatori

Manfredi (Crui): «I ricercatori sono la priorità assoluta»

di Vera Viola

S
2
4Contenuto esclusivo S24


«L'università italiana è troppo piccola per competere su scala internazionale. Non solo è piccola per competere con i Paesi più grandi e sviluppati, come Cina e Stati Uniti, ma anche con quelli con sistemi pubblici di formazione universitaria di minori dimensioni, a esempio, la Corea che investe il 4,23% del Pil, contro l'1,29% dell'Italia». E' necessario partire da questa constatazione per definire strategie e interventi per il sistema universitario italiano, per Gaetano Manfredi, ingegnere, da pochi giorni confermato alla guida della Crui, e rettore della Federico II di Napoli.


La piccola dimensione è un grave handicap, rettore?
Certamente. La nostra università ha pochi docenti, pochi allievi e ricercatori. Insomma, è piccola anche per sostenere il sistema industriale italiano in una fase di grande trasformazione tecnologica.


Come intervenire?
Servono risorse, poiché veniamo da molti anni di disinvestimenti e ancora non ce ne sono a sufficienza. Mi auguro che nella prossima finanziaria vi sia una inversione di tendenza. Auspico a esempio che possano esserci risorse per l'assunzione di almeno 1.500 ricercatori di fascia “B”, per investimenti nell'edilizia universitaria per aule e laboratori, e che possano essere adottate norme per la semplificazione delle procedure. Insomma, auspico una presenza significativa del tema cultura nell'agenda di governo.


Se dovesse indicare una priorità assoluta?
I ricercatori. Credo che si debba cercare di ritornare in tempi brevi almeno al numero di ricercatori che lavoravano negli atenei italiani prima della lunga crisi. Nel 2008 eravamo a quota 60mila, oggi 50mila. Dobbiamo recuperare 10mila posti al più presto. Dobbiamo far rientrare i cervelli emigrati, attrarre più stranieri.


Si può fare? Risorse a parte, il sistema universitario italiano è attrattivo per giovani ricercatori e studiosi stranieri?
Non a sufficienza. Ci vorrebbero nuove strutture, ma di grandi dimensioni, su cui dovrebbero convergere sforzi sinergici di diversi atenei. Servono centri di calcolo per i bigdata, piattaforme per la genomica, di robotica, laboratori per la sintesi farmaceutica. Penso a grandi piattaforme nazionali, ma che siano distribuite su tutto il territorio. Non solo al Nord, ma, anzi, con una presenza forte al Sud.


E, secondo lei, c'è la consapevolezza che serve una svolta netta di questo tipo?
Il sistema universitario ne è perfettamente consapevole e pronto a mettersi in discussione, a lavorare in sinergia, anche rinunciando a qualcosa: posso riscontrare ciò quotidianamente in sede di Crui e nei miei colloqui con rettori e docenti. Dobbiamo far crescere la stessa attenzione nella politica. Né, a dire la verità, mi sembra che ci sia una forte domanda sociale di crescita culturale. Il Sud Italia, in particolare, è tra le aree record per numero di Neet. Ma proprio ciò mi induce a pensare che serva un forte investimento nelle competenze, soprattutto nelle regioni meridionali.


Parte un nuovo strumento di formazione: le lauree professionalizzanti: l'università ci crede ma l'industria meno?
Sono convinto che è necessario ampliare il numero delle lauree triennali. Con quelle magistrali l'Italia è abbastanza vicina alla media europea. Ma il numero di laureati triennali è molto basso. Inoltre abbiamo anche avvertito l'esigenza di formare profili più pratici, senza abbassare il livello di istruzione: è da queste esigenze che nasce il progetto dei corsi di laurea professionalizzanti, che aprono sbocchi a mansioni intermedie in forte crescita nell'industria con la diffusione dell'automazione. Insomma, si tratta di corsi su modello delle lauree per le professioni sanitarie che stanno dando risultati positivi e ormai evidenti.


Sono partiti i primi corsi professionalizzanti. Ce ne saranno altri?
A Napoli, presso la Federico II, è stato da poche settimane avviato un corso in ingegneria meccatronica che verrà gestito in stretta collaborazione con il corso gemello dell'università di Bologna. È prevista ogni anno la possibilità di un corso nuovo per Ateneo.


E le imprese? Vi supportano nella parte pratica dell'insegnamento o forse propendono più per assumere giovani usciti dagli Its?
A Napoli e Bologna si lavora a stretto contatto con il sistema confindustriale. Una parte dell'industria talora mostra maggiore interesse per gli Its. Ma non c'è competizione tra questi due canali di formazione. I primi fanno corsi biennali e molto pratici; i corsi universitari invece hanno una parte teorica più solida, durano tre anni e dovrebbero avviare a una sorta di formazione continua. Penso sia utile arricchire l'offerta formativa. Poi, studenti e imprese sceglieranno.


Da tempo si discute di una formazione magistrale trasversale che dia competenza in diversi settori, ma la didattica si adegua?
La Federico II si sta muovendo in questo senso. A esempio, all'ingegnere meccanico vengono somministrate anche competenze digitali e di telecomunicazioni che saranno necessarie se vorrà occuparsi di auto a guida autonoma. Inoltre, abbiamo varato un programma con le Fs per la formazione di ingegneri esperti in mobilità integrata.


E per le lauree umanistiche, restano le cenerentole del sistema?
Corsi di statistica e big data saranno disponibili per studenti di scienze sociali e di medicina. Ma sono solo esempi. Ormai la strada è tracciata e l'innovazione dilagherà in ogni dipartimento.


Comincia a migliorare un po' il rating delle università meridionali, ma siamo ancora in fondo alle classifiche nazionali e internazionali?
Qualche passo in avanti c'è stato. In qualche caso abbiamo avuto buone valutazioni soprattutto della ricerca, come la classifica di Shangai. Ma le università del Sud scontano tanti anni di mancate politiche di investimento. E poi l'Italia come può confrontarsi con i grandi atenei se Harward ha da sola un budget pari all'intero sistema italiano?


© RIPRODUZIONE RISERVATA