Studenti e ricercatori

Università, studenti italiani all’assalto dell’Olanda (+272%). Fanno la scelta giusta?

di Enrico Marro

S
2
4Contenuto esclusivo S24

Ormai è un dato di fatto: i nostri studenti universitari sono partiti all’assalto dell’Olanda. Il che in parte si spiega con un altro dato di fatto, simmetrico e contrario: anche l’Olanda, da tempo, è partita all’assalto dei nostri studenti. «Il numero di italiani che sceglie i Paesi Bassi per gli studi universitari è quello che cresce più in fretta», spiega Ekaterina Gurchenkova, International Recruitment Officer della Hanze University of Applied Science.

GUARDA IL VIDEO / Università, il rettore Sapienza: in arrivo bando Ue per atenei transnazionali

Mentre Heidi Scholtz, marketing officer dell’Università di Groningen, tra un tour a Roma e uno a Bari per promuovere il suo ateneo, sottolinea come «solo negli ultimi quattro anni il numero di italiani iscritti alla nostra università sia più che quintuplicato, con le matricole del 2018 in aumento del 48% rispetto all’anno scorso». Il polo universitario di Groningen (che comprende anche la “Hanze”), in particolare, emerge assieme all’Erasmus di Rotterdam tra quelli con la più forte crescita di stranieri, all’inseguimento della regina degli “internazionali”, Maastricht. La competizione tra le università olandesi è serratissima. Chi si ferma è perduto.

Effetto Brexit. Brexit sta infatti cambiando rapidamente il panorama dei flussi universitari europei e i Paesi Bassi si stanno candidando a raccogliere il testimone di un Regno Unito destinato a perdere migliaia di studenti Ue (secondo il think thank inglese Higher Education Policy Institute, in Gran Bretagna si rischia di gettare al vento fino al 60% degli studenti dell'Unione). Per l’Olanda è un'occasione d’oro: da una parte la crisi economica dei Paesi mediterranei spinge masse crescenti di italiani, greci e spagnoli verso gli atenei nordeuropei, dall’altra l’harakiri di Londra su una delle industrie nazionali, l'educazione universitaria, apre inedite e colossali prospettive di business.

Vediamo i numeri. Nel 2017/18 gli studenti italiani nei Paesi Bassi erano 4.077, con una crescita del 272% rispetto a quattro anni prima. Ancora inferiori in termini assoluti rispetto agli italiani finiti negli atenei di Gran Bretagna (9.499), Austria (8.064, però qui sul numero pesano gli altoatesini), Francia (6.729), Germania (5.657) e Svizzera (4.826), ma in rapidissimo aumento per l’enorme offerta di lauree triennali in inglese e per l’assenza quasi ovunque di numero chiuso e test di ingresso.

A parte le costosissime università britanniche e quelle statunitensi, infatti, in quali atenei statali trovi bachelor in inglese in materie come “Minorities and Multilingualism” o “Popular Culture” (peraltro entrambi molto interessanti)? Non certo negli istituti tedeschi, francesi o svizzeri, e neppure nelle università scandinave, che concentrano la loro selezionata offerta internazionale su materie scientifiche e business. Solo in Olanda c’è tanta generosità nella tavolozza dei bachelor, peraltro senza test di ingresso e con numero apertissimo, salvo doverose eccezioni. E con rette di circa duemila euro l’anno, in alcuni casi dimezzate.

Hanno ragione gli uffici marketing: nel catturare gli “internazionali”, chi si ferma è perduto. Solo nell'anno accademico 2017/18 i nuovi iscritti stranieri al sistema di istruzione olandese sono stati oltre 76mila da 162 Paesi, il 10,5% del totale (erano il 5,5% nel 2006, dati Nuffic).

Nelle “università di ricerca”, simili alle nostre, si sale addirittura al 17,5% (dal 6,1% del 2006), mentre la crescita in quelle di “scienze applicate” è più modesta (con una quota di internazionali del 6,2% rispetto al 5,1% del 2006).

I due tipi di università olandesi. In generale il livello degli atenei olandesi è buono, senza le enormi differenze di qualità che si possono trovare in Italia. Ma è fondamentale anche spiegare bene quali sono i due tipi di istituti di educazione superiore presenti nei Paesi Bassi. Innanzitutto abbiamo le 13 classiche “università di ricerca”, simili alle nostre, anche se come budget e infrastrutture volano generalmente più in alto. Quattro di queste sono le “università tecniche” (Eindhoven, Twente, la rinomata Delft e Wageningen), paragonabili ai nostri Politecnici, selettive e dotate di solidissimi legami con il mondo dell’industria.

Le università di scienze applicate. Poi in Olanda esistono anche 41 “Università di Scienze Applicate”, paragonabili alle Fachhochschulen tedesche, austriache e svizzere (ma anche cipriote e greche). Si tratta di istituzioni ancora poco conosciute in Italia. Sono infatti simili ai nostri Istituti tecnici superiori, varati nel 2010 e ancora in fase embrionale quanto a numeri (hanno appena 8-9mila studenti contro i quasi 800mila della Germania) ma che - pur in attesa di una nuova legge quadro - funzionano benissimo: l’82% dei neodiplomati trova lavoro, nel 90% dei casi coerente col percorso di studi (dati Miur). Concentrati soprattutto nelle regioni industriali, i circa 100 Itsitaliani hanno un percorso di studi di due-tre anni, con il 30% del tempo trascorso in stage e il 50% dei docenti provenienti dal mondo del lavoro.

Le università di scienze applicate olandesi sono simili agli Its, con la differenza che c’è abbondanza di programmi in inglese e di programmi artistico-musicali, anche se in generale non vengono forniti dati ufficiali sugli sbocchi occupazionali. Rappresenta un’eccezione l’International Business School della “Hanze”: secondo Paul Ganzeboom, rettore di facoltà, circa l’80% dei neolaureati trova entro tre mesi un’occupazione in linea con le aspettative. Prezioso, al riguardo, si rivela il tirocinio in azienda, perché i bachelor olandesi di Scienze Applicate durano quattro anni e prevedono un doppio stage di circa un anno complessivo, anche all’estero.

Differenze tra università tradizionali e “professionali”. Quale tipo di ateneo scegliere? Non esiste una risposta esatta: sarebbe come chiedere se è meglio il pistacchio o la stracciatella. Dipende dalla personalità dei singoli studenti, in particolare dall’inclinazione a un tipo di studio più pratico (di scienze applicate) o teorico-astratto (università di ricerca). Più in dettaglio: gli atenei “professionali” tendono ad applicare tecnologie esistenti, mentre quelli tradizionali tendono a svilupparne di nuove; i primi hanno di conseguenza molte esercitazioni pratiche, legate a processi o prodotti esistenti, con abbondante lavoro di gruppo, classi di dimensioni ridotte, tirocini obbligatori in azienda e un tipo di sbocco professionale molto chiaro. Per sintetizzare al massimo, le università di scienze applicate rispondono alla domanda “come”, quelle tradizionali alla domanda “perché”, e di conseguenza sono molto attive nella ricerca.

Permeabilità dei percorsi. Oltre ai bachelor, molte università di scienze applicate offrono master (la “Hanze” di Groningen è una di queste), con accesso garantito a chi ha concluso il percorso quadriennale. Meno scontato è l’accesso immediato di chi ha un bachelor “applied science” in un master degli atenei tradizionali, nel senso che spesso è previsto un periodo di studi integrativo (un “bridging programme”).

Il caso di Groningen. La “piccola Amsterdam” del Nord, a due ore di treno dalla vera Amsterdam, capitale della bicicletta in una nazione che già è consacrata alle due ruote, è l’emblema di come si possa fare business su studi e studenti universitari (posti letto compresi) mantenendo una buona qualità didattica. Poco affollata a differenza della parte occidentale dei Paesi Bassi, questo bastione rurale della sinistra olandese, economicamente meno brillante della parte occidentale del Paese, ha puntato tutto sulle sue due università: l’antico ateneo di Groningen , la mitica “RUG” come viene chiamata dai locali con “R” decisamente marcata, fondata nel 1614 e regolarmente inserita nella top 100 mondiale, e la “Hanze”, moderna università di scienze applicate nata nel 1986, simile ai nostri Its.

GUARDA IL VIDEO / Erasmus conquista i prof, nel 2018 oltre 3mila borse di mobilità

Assieme sfoggiano oltre 60mila studenti su 200mila abitanti, quasi uno su tre, facendo lievitare la quota di “under 35” alla metà della popolazione. Come l’italiana Pisa, la tedesca Freiburg, la britannica Cambridge, tutto a Groningen ruota intorno agli universitari: locali, divertimenti, trasporti, posti letto, shopping. E gli stranieri abbondano: sono oltre 8.400, provenienti da più di 120 Paesi.

Le startup. Grazie alle sue università e ai loro incubatori tecnologici, da anni Groningen è anche riuscita a mettere in piedi uno degli ecosistemi imprenditoriali più brillanti dei Paesi Bassi dopo quello di Amsterdam. Molte le startup partorite dagli atenei della città anseatica. C’è per esempio HackerOne, una delle prime piattaforme “crowd” di cybersecurity, secondo Business Insider “hottest startup” del 2016: ora si è spostata a San Francisco, conquistando nel complesso oltre 114 milioni di dollari di finanziamenti. Oppure CrowdyNews, piattaforma che grazie ai suoi sistemi di intelligenza artificiale aiuta gli editori ad “agganciare” lettori sui social media (ha già raccolto 6,2 milioni di euro di finanziamenti). E ancora Catawiki, piattaforma di aste online fondata nel 2008 da due amici, uno collezionista di fumetti e l’altro programmatore, che ha incassato oltre 75 milioni di euro di finanziamenti. Ma la lista è ancora lunga.

Italiani d’Olanda/1: i docenti. Vediamo qualche storia di nostri connazionali approdati in Olanda. Tra gli italiani di Groningen c’è la bolognese Francesca Romagnoli, 35 anni, che dopo la laurea in Scienze della Comunicazione-Semiotica nella sua città ha lavorato in tirocinio all’Unesco di Parigi e all’Assemblea delle Regioni d’Europa di Strasburgo. Ma poi, per avvicinarsi al marito geologo che intanto era finito alla Shell di Assen, si è buttata a testa bassa nello studio della lingua olandese trovando un lavoro come account manager di un'azienda locale. «Dopo un po’ di anni nel marketing&sales, mi è chiaro che voglio tornare alla mia disciplina di origine, così quando vedo una posizione come docente presso la “Hanze”, Università di scienze applicate, non ci penso due volte - racconta Francesca - . Oggi insegno al Bachelor in International Communication, un corso in inglese con un corpo docente internazionale e studenti da tutto il mondo. Dire che insegno è riduttivo: proprio perché si tratta di un’Università di scienze applicate, la mia esperienza sul campo risulta preziosa. Abbiamo classi di 25 studenti, la maggior parte delle ore sono di fatto occupate da esercitazioni sulla teoria e lavoriamo su progetti con clienti reali. Io faccio da insegnante, ma anche da coach ai ragazzi nel loro lavoro. Offriamo competenze teoriche e pratiche e corsi di tipo tecnico per formare dei professionisti completi. Trovo il lavoro molto stimolante, riceviamo un sacco di training per tenerci aggiornati, abbiamo la possibilità di fare periodi in azienda per rinfrescare la nostra esperienza sul campo e le collaborazioni con i clienti non fanno che ampliare il mio network professionale. In aggiunta il lavoro si concilia bene con la mia vita da mamma: lavoro part-time al 50% e il nostro calendario accademico è sincronizzato con le ferie scolastiche (11 settimane all’anno)».

Italiani d’Olanda/2: gli studenti (master). Gianmaria Genetlici, “Jean” per gli amici, 26 anni, romano, con in tasca una laurea triennale in Scienze Politiche ottenuta a Roma 3, ha deciso di completare il suo percorso rivolgendosi all’estero per un master in Economia. Dopo un paio di mesi di ricerca, ha scelto il master International Economics & Business dell’Università di Groningen, la “RUG”. «Dopo un primo momento di “shock culturale” sono riuscito ad ambientarmi piuttosto bene – spiega - e devo dire che la gestione della didattica è veramente tra le migliori. Mentre in Italia i corsi di laurea sono solitamente organizzati in lezioni frontali, ogni corso qui prevede l’istituzione di lectures (le nostre lezioni) e tutorials, spazi di discussione gestiti dal docente stesso o dal PhD, durante i quali si affronta più nel dettaglio l’argomento specifico della settimana. Per chiarire: nei corsi di stampo più matematico, per esempio, nel corso della lecture il professore spiega il concetto, mentre nei tutorial si concentra su formule, dimostrazioni, esercizi e così via. Questa divisione è estremamente utile, perché aiuta a scandire i ritmi di studio e “fissa” i concetti in maniera realmente efficiente: è difficile non passare l’esame, se si studia con il rigore richiesto.

Di contro, il problema è che richiede uno sforzo settimanale di gran lunga maggiore. A differenza del nostro sistema, con il quale sei libero di studiare tutto alla fine del corso, quello olandese ti forza a studiare di settimana in settimana, perché spesso non ti permette di accedere ai tutorial senza l’adeguata preparazione richiesta per la settimana in corso (potrebbero richiedere una lista di domande compilate, controllare gli esercizi svolti o simili). Considera anche che non c'è stacco tra lezioni ed esami: nei casi più fortunati hai una settimana, ma spesso te li ritrovi direttamente attaccati all’ultimo tutorial. Fortunatamente, i docenti sono generalmente molto disponibili. Il rapporto è per lo più informale, sul modello anglosassone, e rispondono prontamente a ogni richiesta di aiuto o chiarimento; penso di non aver mai atteso più di uno-due giorni per ricevere risposta ad una mia mail. Considera che questo è un gran punto di forza, di cui la “RUG” va molto fiera».

Italiani d’Olanda/3: gli studenti (bachelor). La vulcanica Laura Ragazzi, 25 anni, di Bollate (Milano), è partita per New York a 19 anni con un diploma da grafica pubblicitaria in tasca. Dopo il rientro in Italia e una deludente esperienza all’Università dell’Insubria di Como, è ripartita per Pechino per poi approdare a Groningen, dove si è iscritta a comunicazione nell’Università di scienze applicate. «Io penso che la “Hanze” meriti piu visibilità di quello che ha - ci spiega - : la ragione per cui non ho continuato l’università in Italia è semplicemente perché è passiva, noiosa e vecchia. Noi italiani siamo persone pratiche, dinamiche, se ci mettono rinchiusi in aula con trecento persone ad ascoltare il professore centenario diventiamo amebe. La “Hanze” dà la possibilità di esplorare il mondo del lavoro dal primissimo giorno di scuola. I professori sanno il tuo nome e se sei disposto a lavorare non ti volteranno mai le spalle. Ah, cosa importantissima: non si credono il Dio sceso in terra, c’è un’umiltà pazzesca. E' un’esperienza da provare».


© RIPRODUZIONE RISERVATA