Studenti e ricercatori

Il dottorato come apprendistato alla ricerca: connettere alta formazione, innovazione e lavoro

di Giuseppe Montalbano* e Matteo Piolatto**

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Lo scorso 26 settembre il ministro Bussetti, intervenendo a Milano in un convegno per la settimana delle biotecnologie, ha delineato le prime misure che il governo sta studiando per il settore universitario.


Dopo aver rilanciato la creazione di un'agenzia nazionale della ricerca, il ministro Bussetti ha parlato di un sostanziale cambiamento di prospettiva per i dottorati di ricerca, finora «troppo focalizzati sulla produttività scientifica, quando dovrebbero avere più attenzione per le aziende». Ha chiuso: «Dobbiamo aumentare i posti incrementando il dottorato industriale e prevedere sgravi fiscali per chi assume un dottorando».


Sul numero dei dottori di ricerca l'Italia sconta un pesantissimo gap con gli altri paesi europei. I dati Eurostat 2017 restituiscono una fotografia impietosa: con 0.5 dottorandi ogni mille abitanti il nostro paese è penultimo in una classifica che vede in testa Svizzera, Austria e Germania, con un numero di dottorandi circa 5 volte più alto.
Eppure dottorandi e dottori di ricerca costituiscono una risorsa per l'intero sistema Paese. Il dottorato, infatti, forma non solo i ricercatori e i docenti di domani, ma anche personale altamente qualificato che potrebbe portare competenze e innovazione alla pubblica amministrazione, alla scuola e al mondo delle imprese, se solo venisse valorizzato adeguatamente. L'ampliamento della platea dei dottori di ricerca non è dunque sufficiente, così come è insufficiente la semplice previsione di sgravi fiscali alle imprese (come dimostrato dall'esperienza del Dl 83/2012 del Governo Letta, che vide utilizzati solo il 20% degli incentivi previsti al medesimo scopo).


Un intervento intervento legislativo sul fronte del dottorato deve essere sostenuto da un sostanziale incremento dei finanziamenti al settore della ricerca pubblica e da un necessario ripensamento del percorso di formazione alla ricerca, che parta dall'inquadramento contrattuale e consideri attentamente il problema della mobilità intersettoriale.
Adi, l'Associazione italiana dei dottorandi e dei dottori di ricerca, ha presentato negli scorsi giorni un pacchetto di misure che, se approvate, andrebbero esattamente in questa direzione.


La condizione “ibrida” del dottorato di ricerca
Il mancato riconoscimento dell'esperienza lavorativa e formativa maturata durante il dottorato è una delle maggiori difficoltà poste sul cammino dei dottori di ricerca che vogliano portare la loro esperienza nel mondo delle imprese.
La scarsa considerazione che le imprese hanno del dottorato di ricerca ha molteplici cause, non ultima il basso tasso di investimenti in ricerca e sviluppo delle imprese italiane, ma è senz'altro legata allo status di “studente” che la legge attribuisce a chi frequenta i corsi dell'ultimo e più alto livello di formazione.


Il dottorato di ricerca si snoda de facto in un percorso in cui la formazione si intreccia a un'attività lavorativa e di ricerca costante, che produce competenze professionali di alto livello. I dottorandi collaborano infatti all'organizzazione di conferenze, supportano l'attività didattica, partecipano a complessi progetti di ricerca lavorando in team; il conseguimento del titolo è infine subordinato alla produzione di un elaborato scientifico originale e innovativo. Malgrado ciò il dottorando è considerato uno “studente”, e la confusione è aggravata dall'esistenza di numerose categorie di dottorato, che determinano disparità nel percorso formativo e di ricerca.
A ciò si aggiunga che l'attuale inquadramento dei dottorandi in Italia ignora le indicazioni della Carta europea dei ricercatori, sottoscritta da tutti gli atenei italiani nel 2005 a Camerino, secondo cui «tutti i ricercatori che hanno abbracciato la carriera di ricercatore devono essere riconosciuti come professionisti ed essere trattati di conseguenza», a partire dalle fasi successive alla laurea.


La condizione “ibrida” dei dottorandi può impedire l'emersione delle competenze e delle esperienze di lavoro maturate nel percorso di dottorato, sia nella coscienza che i dottorandi hanno di sé, sia nella percezione che hanno di loro i potenziali datori di lavoro. In queste condizioni, per chi non abbia familiarità col mondo della ricerca è davvero complesso identificare la natura e il valore concreto del percorso di formazione dottorale.


Il dottorato come formazione al lavoro di ricerca
Perché il dottorato venga riconosciuto da tutta la società come esperienza di lavoro, Adi propone la trasformazione del dottorato in un contratto di formazione-lavoro, applicabile sia a coloro che svolgono la loro formazione prevalentemente in azienda (dottorato industriale), sia a coloro che svolgono le loro attività in università.
Tale disciplina muove da quella già esistente sul “dottorato in apprendistato”, che potrebbe essere estesa per inquadrare giuridicamente il dottorato di ricerca come un contratto a causa mista a tempo determinato. La nuova disciplina integrerebbe le fattispecie disciplinate dal Dlgs 81/2015, articoli 41-48, avrebbe durata minima di tre anni, senza limiti di età per i soggetti interessati, prevedendo università ed enti pubblici di ricerca come datori di lavoro. La proposta di Adi consentirebbe non solo di creare un “ruolo unico” per i dottorandi che verrebbero finalmente qualificati come «lavoratori», ma renderebbe anche possibile estendere i diritti fondamentali dei lavoratori a tutti coloro che seguono un dottorato di ricerca.

In particolare i dottorandi avrebbero:
pieno riconoscimento, anche ai fini previdenziali, dell'attività di ricerca e docenza svolta nel percorso dottorale;
retribuzione per tutti, con il superamento dell'inaccettabile discriminazione del “dottorato senza borsa”;
possibilità di accedere agli ammortizzatori sociali attualmente previsti per le tipologie di apprendistato;
allineamento tra retribuzione e contribuzione;
adeguamento degli importi delle retribuzioni in base all'aumento del costo della vita;
mantenimento delle opportunità di finanziamento da parte privata.


Il dottorando verrebbe quindi definito come un «ricercatore (lavoratore) in formazione», vedendosi riconosciuto uno status appropriato, mentre la relativa borsa di studio assumerebbe il valore di compenso a fronte di prestazione (salario).
Inoltre, venendo assimilato ad un contratto di lavoro finalizzato al conseguimento di una qualifica professionale, il dottorando non dovrebbe più essere iscritto alla gestione separata Inps, ma a quella ordinaria, con evidenti vantaggi dal punto di vista previdenziale e contributivo. Non va inoltre dimenticato che l'esistenza di un contratto rende possibile l'accesso al mutuo per l'acquisto di una casa.


I costi della riforma
Per stimare i costi della proposta, supponiamo che la retribuzione annuale dei dottorandi non vari rispetto a quanto attualmente previsto (15.343,28 euro, al lordo degli oneri a carico del dottorando), e che rimanga invariato anche il numero complessivo dei dottorandi (circa 9.000 per anno). Considerando la variazione delle aliquote contributive e l'imposizione Irpef (a cui i dottorandi sarebbero assoggettati in caso di trasformazione del dottorato in contratto di formazione-lavoro), i costi della riforma sarebbero pari a 110,45 euro per singolo dottorando. Il costo a regime del provvedimento sarebbe dunque pari a circa 3 milioni di euro per anno.
A questa misura andrebbe affiancato un intervento per agganciare l'importo della borsa di dottorato al minimale contributivo Inps. Quest'ultimo provvedimento comporterebbe non solo un aumento della borsa di dottorato (circa 30 euro al mese), ma risulterebbe con ogni probabilità in successivi aumenti “automatici” nei prossimi anni. L'aggancio all'attuale minimale contributivo comporterebbe un maggiore impegno di circa 10 milioni di euro da parte dello Stato, portando il costo complessivo delle misure proposte a poco meno di 13 milioni di euro.
Come misura transitoria, sarebbe infine opportuno garantire a tutti gli attuali dottorandi non borsisti un budget ad hoc per la mobilità internazionale, necessario per l'adeguato svolgimento del percorso dottorale, in linea con quanto già previsto per i dottorandi con borsa di studio.
Queste misure, accompagnate agli interventi legislativi mirati alla valorizzazione del dottorato nella scuola, nella Pubblica Amministrazione e nell'impresa già proposti da Adi, hanno l'obiettivo di creare terreno fertile alla maturazione di una generazione di ricercatori e innovatori in tutti i campi della società. Ci auguriamo che queste proposte, su cui abbiamo già riscontrato interesse, entrino presto a far parte di disegni di legge presentati in parlamento.

* Segretario Adi

** Adi, rappresentante dei dottorandi in Cnsu e Cun


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