Studenti e ricercatori

Atenei con meno iscritti sfavoriti dal nuovo costo standard

di Beniamino Cappelletti-Montano*

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Annunciato con un comunicato stampa prima delle ferie estive, è stato finalmente pubblicato l'attesissimo decreto ministeriale che disciplina la determinazione del “costo standard”, che a regime sarà alla base dell'erogazione dell'intera quota base del Fondo di finanziamento ordinario per le università. Il “nuovo costo standard”
giunge dopo un tagliando imposto dalla sentenza della Corte costituzionale, che ha dichiarato illegittime le precedenti modalità di calcolo a causa della eccessiva discrezionalità, fuori da qualunque legge ordinaria, con la quale esse erano state determinate dagli allora ministri Giannini e Padoan.
Invero il nuovo modello di quantificazione del costo di riferimento per la formazione di uno studente in corso non si differenzia significativamente dal modello precedente. Peraltro è verosimile che i contenuti del nuovo Dm siano frutto di un lavoro in gran parte portato avanti dalla squadra di tecnici del governo uscente.

Svantaggiati piccoli atenei con docenti giovani
Dicevamo dei criteri di calcolo. Il “cuore” del costo standard è senz’altro costituito dalla stima della spesa che un ateneo deve sostenere per pagare stipendi a docenti e personale tecnico-amministrativo. In questo frangente il Dm targato Bussetti, seppure in maniera più contenuta, continua a commettere il medesimo errore di fondo del modello precedente, già messo chiaramente in evidenza durante il dibattito parlamentare della conversione del decreto-legge 91/2017 post Corte costituzionale. Illustriamolo con un esempio. Il piccolo ateneo A e il grande ateneo B hanno entrambi attivato un corso di laurea magistrale in Fisica, con 20 studenti regolari per ciascun anno di corso per A e 40 per B. Per farlo, la normativa sull'accreditamento dei corsi di studio impone ai due atenei di assumere in pianta stabile 6 docenti che svolgano la loro attività didattica in quel corso. Ebbene, anche se i due atenei hanno i medesimi costi per la docenza (lo stipendio di questi 6 docenti), il nuovo modello di costo standard “rimborsa” all'ateneo A metà dei costi riconosciuti all'ateneo B!
Questa asimmetria tra requisiti di accreditamento dei corsi di studio da una parte e costo standard dall’altra chiaramente sfavorisce gli atenei e i corsi di studio in cui ci sono mediamente meno iscritti, e in particolar modo le università che insistono in zone del Paese a bassa densità di popolazione e i corsi di area scientifica. Questi ultimi, paradossalmente, sono proprio quei corsi che l'Italia si era impegnata a sostenere in sede europea e che a detta di vari osservatori sono fondamentali per la ripartenza scientifico-tecnologica del Paese.
Non va meglio per i costi connessi alla macchina amministrativa. Qui si raggiungono effetti quasi paradossali, dato che la formula adottata dal Miur - ancora una volta la stessa prevista dal modello targato Giannini - prevede all'articolo 3 che gli atenei che si stima spendano di più per le segreterie studenti (e quindi quelli che ricevono più risorse in Ffo) siano quelli … con i professori ordinari più anziani …
Una conclusione che fa a pugni con la realtà, oltre che con il buonsenso. È allo stesso modo contro-intuitiva la previsione di concedere alle sole università con più di 20.000 studenti, 556 € per ogni studente oltre i 20.000. Un criterio non previsto nel precedente modello né esplicitamente indicato dalla legge, e, per l'appunto, di non semplice comprensione dato che ci si aspetterebbe che grazie ad economie di scala un ateneo con molti studenti possa realizzare dei risparmi nella spesa pro-capite per i suoi studenti, piuttosto che sostenere costi ulteriori.

Perequazione al 13% anziché al 20%
Ma le maggiori attese per il nuovo costo standard erano concentrate sull'annunciata perequazione a favore degli atenei che hanno sede in territori economicamente o territorialmente disagiati. Vi erano state numerose critiche, sia da parte degli atenei che da parte di vari esponenti politici, alcuni dei quali proprio del Movimento 5 Stelle, e tra le righe perfino dalla Corte costituzionale, sul precedente modello che di fatto disattendeva le indicazioni della legge di tener conto dei «differenti contesti economici, territoriali e infrastrutturali in cui opera l'università». Ma anche qui i colpi di scena non sono mancati. Per chi aveva letto la relazione illustrativa del decreto-legge 91/2017 e ne aveva seguito l'iter parlamentare era chiaro che il valore del fattore perequativo sarebbe stato pari complessivamente al 20% dell'intero costo standard. Il ministro Bussetti, invece, ha deciso di abbassare tale valore al 13%. Una scelta inattesa, che evidentemente sfavorisce gli atenei del centro-sud, e della quale non sono state illustrate le ragioni.

Modello “flat tax” per accessibilità agli atenei
Inoltrandoci più nei dettagli tecnici della quantificazione della difficoltà di “accessibilità” agli atenei, questa è stata misurata mediante un indicatore calcolato dall'Istat sui tempi medi di percorrenza dalle sedi universitari verso i principali nodi di trasporto. Colpisce però la scelta dei tecnici del Miur di assegnare la quota di perequazione non in maniera proporzionale a tale indicatore di accessibilità, ma attraverso un arbitrario meccanismo a scaglioni, molto schiacciato verso il basso. È dunque accaduto che sia stato assegnato lo stesso “scaglione di perequazione” alle sedi di Cagliari e Urbino, pur avendo ricevuto il capoluogo sardo un indice di accessibilità di quasi 6 volte superiore alla città marchigiana (17,88 contro 3,05). Una sorta di modello “flat tax”, che tuttavia è stato applicato soltanto ad alcuni degli indici presenti nel Dm a firma Bussetti.

A ncora “liberi tutti” su tasse atenei?
Un netto miglioramento, rispetto al modello precedente, si registra invece sul meccanismo di calcolo delle “perequazione economica”, basata sui redditi degli studenti in corso iscritti in un dato ateneo.
Tuttavia anche il ministro Bussetti, come i suoi predecessori, ha scelto di non intervenire sul “nodo tasse”. Se la perequazione economica ha come obiettivo principale quello di compensare gli atenei che insistono su territori disagiati dei bassi introiti delle tasse studentesche, il corollario successivo non può che essere quello di impedire che le università continuino impunemente a violare la legge che impone loro un tetto massimo alla tassazione. Nonostante le proteste del Cnsu e di varie associazioni studentesche, finora tali atenei “fuori-legge”, oltre a beneficiare della perequazione, sono stati anche “premiati” con maggiori facoltà assunzionali nei vari Dm di stanziamento annuali dei “punti organico” finora emanati. Staremo a vedere se il Ministro Bussetti seguirà, anche in questo, i suoi predecessori.

Scelte tecniche o scelte politiche?
Di certo gli atenei del Sud hanno tratto vantaggio dalla norma che ha esteso anche agli studenti iscritti al primo anno fuori-corso l'applicazione del costo standard ai fini del riparto del Ffo. Una norma inserita nel corso della conversione del decreto-legge sul Sud, nonostante l'ostilità, ci dicono, degli ambienti del Miur. Anche per questo è lecito porsi il dubbio se l'abbassamento dal 20% al 13% della perequazione sia una sorta di “effetto di compensazione” per la norma sui fuori-corso. In ogni caso da questa vicenda emerge chiaramente come, ancora una volta, scelte prettamente “politiche” si nascondano dietro scelte tecniche, tabelle o formule matematiche, oscure ai più.
Anche in questo il “governo del cambiamento” sembra essere in perfetta continuità con i precedenti. Almeno in tema di finanziamenti agli atenei.

*Professore associato di Geometria e Algebra presso l’Università di Cagliari


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